| . |
|
|
|
La storia del trasporto pubblico di Roma raccontata con passione e per passione. Sito fondato da Vittorio Formigari, online dal 1999 |
| . |
| . | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Ricordi e nostalgia |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
A ROMA UN'ESTATE |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
di Giovanni Napolitano |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
AGOSTO 1974 |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
AGOSTO A OSTIA Gli inizi di agosto coincisero con l'attentato neofascista al treno Italicus, partito da Roma e diretto a Monaco di Baviera il 3 agosto. Io ero partito in treno tre giorni dopo l’altro attentato di Brescia e questo non solo mi procurava preoccupazione ma anche una certa incredulità rispetto alla facilità con cui stavano avvenendo questi attentati In quei primi di agosto si era resa necessaria una nuova organizzazione della mia famiglia e di quella di mio zio. Zia Lina si trasferì a Ostia nella casa di Piazza Agrippa per la degenza dopo l’operazione alla retina. Mia madre continuò a gestire il banco di fiori a Via Veneto. Mio zio continuò ad andare al mercato dei fiori di Via Trionfale la mattina presto, a stare a Via Veneto nel pomeriggio e prendersi un riposo la domenica pomeriggio. Mio padre con mio fratello continuarono a fare la spola tra Ostia e Via Veneto. Io continuai a fare consegne a tutto spiano la mattina e ad avere il pomeriggio libero per le mie passeggiate. Si affacciò a Ostia la figura di una sorella di Zia Lina che si chiamava Marcella e che aveva al seguito una famiglia di tanti bizzarri personaggi. Marcella avrebbe assistito sua sorella dopo l’operazione liberando mia madre dalle incombenze dell’operazione di luglio. Marcella, che io chiamavo zia, era un personaggio estremamente colto, nata nello stesso anno di mio padre nel 1917, maritata a un signore pensionato del Mattatoio di Testaccio (L’Ammazzatora) con due figli Stefania ed Ernesto quasi coetanei di mio cugino Virgilio. In quel mese di agosto del 1974 avremmo assistito a una serie di commedie degne del genio di Eduardo De Filippo con i personaggi che esordivano nel terrazzo di Piazza Agrippa uno alla volta, avanti e indietro, il tutto in uno spettacolo teatrale gratuito.
ECCO A VOI I PROIETTI Personaggi e interpreti: Marcella Proietti: mamma di Stefania ed Ernesto, di sinistra, romanista, moglie di un pensionato del mattatoio di Testaccio. Ignazio Proietti: marito di Marcella grande lavoratore andato in pensione da poco dopo quarant’anni a Testaccio (laziale) Ernesto Proietti: marito di Luciana sosia pazzesca della brunetta dei Ricchi e Poveri. Ernesto e Luciana: genitori di Flavio di 7 anni e di Franca e Fiorella gemelle di 4 anni. Tutti laziali. Stefania Proietti: figlia di Marcella e di Ignazio e madre di Elisa, separata da un signore di cui, pur spremendomi, non ricordo assolutamente il nome. Questi personaggi in quell’ estate del ’74 frequentarono il terrazzo di Piazza Agrippa tra tintarelle, pranzi luculliani e grandi dormite sul dondolo. Una famiglia di laziali abitanti tutti nel rione Testaccio doveva essere una grande eccezione. Testaccio è un rione caratteristico del centro di Roma che aveva accolto nel suo Stadio con identico nome le prime partite della Roma nata nel 1927
TESTACCIO E LA ROMA Zia Marcella mi raccontò una storia che spiega il motivo per cui lei fosse romanista in una famiglia biancazzurra. Nel 1935 la Roma giocava al campo Testaccio ma il giovedì il campione Bernardini e Marcella passeggiavano per le strade del rione in tutta libertà. Il campione non poteva dedicarsi molto alla fidanzata in quanto la domenica doveva giocare. La Roma era una grande squadra che era nata da pochi anni ma era nata grande (Venditti docet). Bernardini non andò mai ai mondiali del ’34 e del ’38 contrariamente a suo fratello Ferraris IV. Pozzo disse che Bernardini fosse troppo bravo per essere capito dai suoi compagni. Ebbene mia zia Marcella disse che la cosa fosse assolutamente vera. Pozzo vinse due mondiali ma perse la bellezza dei “piedi buoni”. Fuffo Bernardini aveva giocato anche nella Lazio ma lo aveva fatto quando la Roma non esisteva ancora. In quegli anni la Roma arrivava sempre nei primi posti del campionato italiano arrivando sempre vicino allo scudetto. Bernardini una volta lasciato il calcio giocato da allenatore vinse il campionato italiano con la Fiorentina (1956) e con il Bologna (1964). È evidente che chi vince uno scudetto con squadre che non siano Juve, Milan o Inter non può essere considerato solo fortunato. In quell’ estate del ‘ 74 Bernardini fu chiamato ad allenare la nazionale italiana per un rilancio dopo il disastro in Germania. A Zia Marcella brillavano gli occhi e venivano sollecitati i ricordi e me li trasmise con i suoi racconti.
IL MATTATOIO E IGNAZIO Il marito di Marcella Ignazio aveva lavorato per una vita intera al mattatoio di Testaccio. Il centro carni era stato trasferito qualche anno prima in zona Quarticciolo dove era nato uno dei più grandi centri di lavorazione carni in Europa. Ignazio, che chiamavo zio, arrivò un pomeriggio nella terrazza di Ostia con un bustone che sembrava essere molto pesante. “Ahò so’ stato stammatina al più grande macello d’Europa e vi ho portato ‘a Pajata “. Scoprii quel giorno che esisteva una ricetta tipicamente romana chiamata “rigatoni cò la pajata” e un modo assolutamente unico per procurarsi la materia prima. La “pagliata” consisteva nell’intestino di vitellino opportunamente ripulito di ciò che potesse essere inserito dentro. La “pagliata” di Zio Ignazio consisteva nel primo rigurgito del vitellino da latte appena nato dalla mamma. Era un qualcosa di orrendo che un qualsiasi vegano o vegetariano e non solo considererebbe criminale. In sostanza nell’intestino era presente il primo latte del primo allattamento. Confesso che ne mangiai un pochino e devo dirvi che si trattava di un piatto spettacolare cucinato da Zia Marcella che aveva, giustamente, la fama di essere una grande cuoca.
ERNESTO E LE LUCI Il figlio di Zia Marcella, Ernesto, lavorava nel campo cinematografico evidentemente con competenze elettricistiche in quanto un pomeriggio sorpresi mio padre e lui a discutere di cavi elettrici, prese, lampade e lampadine per l’illuminazione del terrazzo. Mio padre aveva capito che quella casa era stata un affare non molto riuscito in quanto pagato una cifra spropositata rispetto ai lavori da fare. Il pomeriggio successivo sulla 128 ci ritrovammo io, mio padre ed Ernesto a dirigersi verso il ferramenta di Ostia che, pur essendo molto fornito, non aveva alcuni relais che Ernesto aveva reclamato come necessari per l’impianto elettrico della casa. Decidemmo di dirigerci verso il centro della capitale, zona Stazione Termini, dove c’era un ferramenta di primo livello dove mio padre ci aveva trascorso una vita alla ricerca di ricambi e utensili vari. Era una spedizione veramente strana in compagnia di un “mezzo” parente nipote di Zia Lina e quindi cugino di mio cugino. In quell’ occasione percorremmo la Via del Mare che era la strada più breve per arrivare in centro. Tra Lido di Ostia e Acilia, circa 10 chilometri, c’erano tre strade che correvano parallele via Ostiense, Viale dei Romagnoli e per l’appunto Via del Mare. Nel lato destro, andando verso il centro, correva anche la ferrovia Roma Lido con i convogli che si vedevano nitidamente dalla strada. Mi chiedevo perché non si potesse creare una strada come la Colombo con più corsie ne avrebbe guadagnato, pensavo, la sicurezza.
Dopo Acilia le strade parallele rimanevano la SS8 Via del Mare e la SS8bis Via Ostiense fino all’arrivo del ponte sotto Viale Marconi da dove rimaneva la sola Via Ostiense fino a Porta San Paolo. Gli acquisti furono importanti e, soprattutto, fu reperito tutto il necessario per l’impianto elettrico della casa di Ostia. Mi feci lasciare a Termini in quanto il giorno dopo avrei dovuto riaffrontare le consegne dei primi giorni di agosto in una città ancora non del tutto svuotata dalle ferie.
QUARTIERE TRIESTE E NOMENTANO Il giorno dopo arrivarono delle consegne per la zona del Quartiere Trieste, Nomentano e Monte Sacro. In verità la prima consegna fu a Piazza delle Muse ai Monti Parioli dove effettivamente le consegne erano frequenti ma poi mi diressi verso Via Panama a ridosso della bellissima Villa Ada e al quartiere Trieste dove il traffico nel mese di agosto era fortemente limitato. Ancora una consegna in Piazza Bologna e poi in Viale delle Provincie. In quel periodo, con quella calma, la mancanza di traffico e di pedoni spingeva alla contemplazione assoluta. Mi trovavo nel quartiere dove 14 anni prima ero nato. Il Policlinico Italia ancora fa sfoggio nei pressi di Via Livorno e chissà perché il mio fratello maggiore morto appena nato e il mio fratello minore che vive e lotta insieme a tutti noi siamo nati lì e proprio lì. Forse perché la prima casa di Roma era ancora in Via Puglie nel Rione Ludovisi? (non troppo lontano). Forse perché i miei parenti non avevano grande considerazione nelle strutture pubbliche? Non ho mai approfondito la questione con i miei e non ho risolto ancora il problema. La mia passione per i mezzi pubblici mi ha portato a chiedermi quale fosse il primo mezzo pubblico incontrato appena fui portato fuori dalla clinica: doveva essere la linea “E” (poi 61) che passava lì davanti.
IL CANALE NAVIGABILE, IL PONTE LEVATOIO E FIUMICINO Mio zio Pietro nel mese di agosto raggiungeva Ostia solo il sabato sera o la domenica mattina e trascorreva la giornata al mare o in bicicletta o (una volta) a passeggio con me a Fiumicino dopo aver lavorato sodo per tutta la settimana. Dormiva al Flaminio, andava al mercato e poi si dirigeva al banco dove mia madre aveva già aperto. Nella prima domenica di agosto, alla chiusura, io e mio zio ci dirigemmo insieme alla volta di Ostia mentre mia madre si diresse con mio fratello a casa al Flaminio. Mio zio sulla metro si abbandonò a una serie di racconti sulle sue passeggiate in bicicletta nei dintorni di Roma principalmente negli anni ’30. “Na vorta so’ ito su pe’ Marcellina” (la traduzione è: quella volta ho imboccato la salita che conduce all’abitato di Marcellina). Erano racconti affascinanti del periodo eroico della bicicletta ancora prima del dualismo fra Bartali e Coppi. Arrivati a Ostia e dopo aver mangiato in fretta decidemmo di fare una mini gita a Fiumicino. Prendemmo lo 05 e alla Stazione del Lido lo 02. Era forse la seconda o terza volta che raggiungevo la frazione di Roma, ci ero passato in motorino e, forse, in macchina qualche tempo prima. Mi colpì il ponte levatoio sul canale navigabile che dal Tevere arriva al porto della cittadina. Lo 02 faceva capolinea in Via Torre Clementina accanto alla banchina dove erano presenti dei rivenditori improvvisati di pesce. Facemmo una passeggiata sulla banchina mentre dicevo a mio zio che papà avrebbe sicuramente riconosciuto il pesce fresco. Avanti e indietro sulla banchina finché riprendemmo lo 02 per il ritorno. Anche qui mio zio non parlò e il viaggio durava una ventina di minuti. Chissà a cosa pensava.
LE LAMPARE, LE GEMELLE, IL FRATELLINO ED ELISA Mia zia Lina non amava andare in spiaggia anche perché forse pensava che la cosa avrebbe ritardato il suo recupero visivo. Ma insieme alla sorella Marcella amava accompagnare i nipotini Franca, Fiorella e Flavio e, quando c’era, anche mio fratello Fabio, allo stabilimento dove era stato affittato un casotto per tutta la stagione. Il casotto consentiva di cambiarsi e di prepararsi per prendere il sole sulla battigia. Le gemelle avevano a quattro anni un vocabolario estremamente variegato. Ogni 10 parole che le gemelle pronunciavano 6 erano parolacce. “Tacci Tua, Tacci Tua, Tacci tua e scemo”. Pronunciavano la sequenza all’unisono e incredibilmente in sequenza perfetta. Era questo il loro cavallo di battaglia. Zia Marcella aveva accusato Zio Ignazio di aver insegnato alle gemelle il grosso delle parolacce (credo che avesse ragione). Flavio, rispetto alle gemelle, scandiva in maniera perfetta le parolacce (Tacci tua diventava Mortacci tua). Alle lampare si affittavano per una gita al largo dei pattini (da non confondersi con pedalò) che dovevano essere trainati con remi. Una volta, un pomeriggio, capitò che affittassimo mio padre e io un pattino. Arrivò la figlia di Stefania e nipote di Marcella che si chiamava Elisa che fu invitata a salire sul pattino. Era la più grande tra le nipoti di Ignazio e Marcella. Credo che io, grazie anche agli insegnamenti di mio padre nell’arte della pagaia, abbia fatto un effetto incredibile nei confronti della nipote del cugino di mio cugino. Uscii con le pagaie andando verso l’esterno della spiaggetta vogando in avanti. Una volta uscito in mare aperto feci una giravolta con le pagaie a 180 gradi iniziando a vogare in direzione contraria a quello che vedevo, vogando in senso professionale. Dall’ altezza delle Lampare arrivammo, vogando verso sud, all’altezza dello stabilimento Lido più o meno al centro di Ostia. Ricordo che si sentiva anche a grande distanza il successo di Drupi “Così piccola e fragile” che ci accompagnò avanti e indietro sulla gita sul pattino. Il rientro alle Lampare avvenne dopo circa due ore di navigazione. Arrivato all’altezza dello stabilimento feci una manovra degna del più grande fra i vogatori di Ostia. Avanzai con le pagaie arrivando sulla spiaggia dello stabilimento in perfetta sicurezza. Sembrava che avessi portato in banchina una nave da crociera nel porto di Brindisi. Mio padre era molto soddisfatto della manovra che avevo fatto. Elisa mi guardò e scappò verso l’ombrellone che i suoi nonni avevano nello stabilimento.
IL DONDOLO E LE VESPE Un giorno Luciana moglie di Ernesto gridò: le vespe, le vespe. Effettivamente un numero impressionante di insetti dotati di pungiglioni si stavano alzando dalla parte bassa del dondolo per dirigersi verso il centro del terrazzo. Era più o meno l’ora di pranzo e io ero arrivato da poco proveniente da Roma e mi resi conto che il pranzo con le solite 8 o 10 persone sul terrazzo sarebbe saltato. A quel pranzo avrebbero dovuto partecipare Zia Lina, Zia Marcella, Luciana i suoi tre pargoli, Zio Ignazio, Il marito separato di Stefania e il sottoscritto. Mancavano quindi mio padre che era a Roma ed Ernesto che era al lavoro. Giuro che se alla fine del racconto ricordassi il nome di quel signore papà di Elisa e marito di Stefania provvederò ad aggiornare la post-fazione. Per comodità d’ora in poi provvederò a chiamarlo “il genitore”. Si decise di utilizzare la presenza del “genitore” e della sua auto per andare in cerca di un qualche prodotto che potesse far fronte all’emergenza sopravvenuta. Il nido era rimasto nascosto forse perché le vespe si alzavano in volo la mattina presto e si ritiravano nel tardo pomeriggio avendo cura di non farsi notare. “Il genitore” si diresse coraggiosamente verso il dondolo e constatò che il nido fosse preoccupantemente grande. All’ unanimità si decise che io dovessi accompagnare il “genitore” ad acquistare un qualche prodotto che avrebbe eliminato il nido. Zio Ignazio conosceva l’indirizzo di un vivaio che si trovava in zona Ostia Levante. Salimmo sulla Mercedes nera del genitore di Elisa che mi confidò: “Dobbiamo far presto perché più tardi arriva mi’ moje e non mi va di incontrarla “. Fu allora che mi resi conto che i due non si incontravano mai nel terrazzo di casa Agrippa: quando l’uno sapeva che ci fosse l’altra, opportunamente, non si presentava e viceversa. Insomma, mi sembrò di capire che il genitore di Elisa utilizzava quello spazio in Ostia per incontrare la figlia. Arrivammo al vivaio e spiegato agli addetti la questione acquistammo tre prodotti spray che avrebbero risolto sicuramente il problema. Al ritorno saliti al quinto piano scoprimmo che c’era anche Stefania con Elisa. La cosa, incredibilmente, non sembrò turbare il “genitore” che si appostò al centro del terrazzo mentre tutti gli altri erano rintanati in casa. Decisi che lo avrei sostenuto e mi appostai a debita distanza dal dondolo ovvero dal nido. “Dobbiamo aspettare le ore serali e poi dobbiamo spruzzare il prodotto verso il nido.” Mi disse che, secondo le istruzioni, nelle ore serali gli insetti non avrebbero avuto scampo in quanto indebolite dalla mancanza del caldo. Passate un paio d’ore si presentò la scena seguente visibile dai terrazzi di tutta la piazza. Tre pistoleri armati (genitore, Zio Ignazio e Me) tre spray al centro del terrazzo, un pubblico composto da mamme nonne e frugoli dietro di loro e un dondolo all’estremo con le vespe di fronte ai tre dello spray. La raffica di spray partì all’unisono e immediatamente si videro un numero spropositato di insetti che fuoriuscirono dal nido e si infransero al suolo. Erano decine e devo dire che provai un po' di tristezza per quello che avevamo fatto. Da dietro le tremende gemelle gridarono all’ unisono “tacci vostra, tacci vostra, tacci vostra, sceme!” facendo conoscere al mondo di essere padrone del concetto di singolare e plurale. “il genitore” che, come Ernesto, lavorava nel cinema mi confidò che aveva appena assistito alla riedizione della scena del triello nel “Buono, il brutto e il cattivo” solo che i tre pistoleri si erano coalizzati contro le vespe cattive. Quella sera stessa si unì alla cena anche zio Pietro che era venuto in quanto il giorno dopo (domenica) avrebbe preso la bici per un’escursione nei dintorni.
IL MONTE DEL GALLO Il giorno dopo, alle 7 di mattina, presi lo 05 al capolinea e dopo circa 12 minuti arrivai a Lido Centro dove alle 7 e 20 presi un convoglio della metro diretto a Termini. All’epoca alcune stazioni venivano saltate il che consentiva di compiere il tragitto tra Lido Centro e Termini in circa 35/40 minuti. Dopo aver preso il 39 al capolinea alle 8 e 10 ero a Via Veneto.
Quel giorno feci un’unica consegna in Via Monte del Gallo una zona di Roma vicinissima a San Pietro. È una zona signorile con vista sul Gianicolo e sulla sottostante ferrovia.
Quel pomeriggio, dopo aver chiuso il banco, tutta la famiglia (madre, padre, figlio e figlio) si diresse verso Ostia in una delle occasioni in cui ci si ritrovava insieme sulla 128. Il traffico sulla Via del Mare all’ora di pranzo di domenica non era un granché e quindi arrivammo in Piazza Agrippa in tempi ragionevoli. La sera a cena c’era un numero da record di partecipanti tanto che alcuni tra i più eroici decisero di dormire sul dondolo o, comunque, sul terrazzo ormai senza vespe.
UN GIRO IN BICICLETTA E L'ENTROTERRA La Mattina dopo la 128 di papà aveva tra i passeggeri il sottoscritto, mia madre e mio zio Pietro che ricominciavano la propria settimana di lavoro. Mio fratello era rimasto a Ostia insieme ai pargoli ed Elisa tanto è vero che il terrazzo di Piazza Agrippa si apprestava a essere una succursale di un centro estivo di babies. Durante il viaggio per Roma chiesi a mio zio di poter prendere, qualche volta, la bicicletta per andare in giro nei dintorni di Ostia. La risposta fu affermativa e a questo punto i veicoli che mi consentivano di andare a fare passeggiate per Roma aumentarono di un’unità. Dopo i piedi, gli autobus, il motorino ci fu l’aggiunta della bicicletta. Ne avrei approfittato quello stesso lunedì pomeriggio. La mattina feci consegne solo in zona Via Veneto e Termini e mini-addobbi per il pranzo all’Hotel Ambasciatori. Alle 13.00 ero già in viaggio per Ostia e alle 14.30 avevo portato la bicicletta da corsa di mio zio al piano terra con una manovra che prevedeva l’uso in sicurezza dell’ascensore. Da tenere presente che la circoscrizione di Ostia è tutta fortemente pianeggiante e quindi questo favoriva la mia passeggiata non avendo un fisico da scalatore (ero alto e pesante). Mi diressi sul lungomare fino a Piazzale Cristoforo Colombo e poi sterzai per il Viale di Castel Porziano che si inoltrava in una delle più belle pinete italiane con un verde strabiliante e molto fitto. Dopo il Piazzale del Cinghiale si entrava nel quartiere dell’Infernetto immerso nel verde con tanti bei villini. Si attraversava la Via Cristoforo Colombo e si entrava in Casal Palocco (lo abbiamo già conosciuto) e poi si arriva al Villaggio Giuliano ed eravamo arrivati ad Acilia. Da Acilia per vie traverse a Casal Bernocchi e Vitinia. Mi ero spinto per una quindicina di chilometri verso Roma che per un quindicenne (a luglio avevo compiuto gli anni) non era poco. Al ritorno sfruttai le mie conoscenze della Via Romagnoli, che era la via più breve per ritornare a Ostia. Probabilmente rischiai la vita in quanto il rispetto per i ciclisti allora (come oggi) non esisteva.
SANTA CORNELIA Una mattina di quell’incredibile mese di agosto mi ritrovai a fare una consegna a Roma Nord, anzi a Roma Nord che più Nord non si può. Dovevo portare un mazzo di fiori in Via Santa Cornelia, presso una villa che si trovava in una zona (come si diceva allora) non ancora urbanizzata, nel senso che mancavano strade, collegamenti stradali, servizi di trasporto pubblico e via dicendo. Ero arrivato in una zona in cui l’Atac non era ancora arrivata.
VITA ALLO STABILIMENTO L’ organizzatore della vita allo stabilimento delle Lampare era sicuramente Zio Ignazio. Accompagnava le gemelle con amorevole trasporto fino alla battigia, le assisteva nel loro bagnetto vicino la riva pronto a intervenire in caso di pericolo. Il fratello maggiore (si fa per dire) non perdeva occasione per provocare problemi al nonno in quanto si spingeva ben oltre le onde marine fino a spingersi al punto in cui non si toccava. Zia Marcella giungeva qualche mezz’ora dopo e aggrediva in maniera plateale il proprio coniuge per non aver protetto il bagno del pargolo Flavio. Poi arrivavano Stefania e la figlia Elisa che mostrava di essere un corpo estraneo al resto della famiglia nel senso che si estraniava rimanendo ferma con le mani che avvolgevano le proprie gambe pensierosa. La ragazzina aveva 12 anni ma forse era confermato il fatto che le ragazze avevano una marcia in più rispetto alla maturazione dei maschi. In rappresentanza della mia famiglia e di quella di Zio Pietro arrivavano mio fratello e Zia Lina (come detto non molto amante della spiaggia) che rimaneva in zona ombra con degli occhiali da sole neri che non capivo come facessero a farle vedere il panorama. Mio fratello che tredicenne mostrava di avere un futuro da Latin Lover spesso invitava Elisa a uno scambio di lanci al racchettone. La mattinata passava tra le immancabili voglie dei piccoli (nonna vojo er gelato, nonno vojo er ghiacciolo) e poi si faceva ritorno alla casa per il pranzo. Nel pomeriggio la carovana ripeteva il trasferimento sulla spiaggia con l’unica variante del “genitore” che accompagnava la figlia Elisa (senza Stefania). Spesso anche mio fratello rimaneva a casa dove mio padre era spesso impegnato a continuare i lavori.
LE LINEE AUTOBUS DI OSTIA E DINTORNI
LONDRA AL FLAMINIO Una mattina di quell’inizio del mese di agosto del 1974 andai a fare una consegna al Flaminio, praticamente a due passi da casa. L’indirizzo corrispondeva a una stradina privata che aveva un ingresso da Viale del Vignola e uno da Via Flaminia. Era una stradina che conoscevo bene perché spesso la percorrevo da piccolo con mia madre per andare alla chiesa di Santa Croce in Via Guido Reni, non per la messa ma per andare a vedere un film nella vicina arena. Anche con Zia Lina spesso ci passavo per andare in maniera più rapida nei negozi che si affacciavano su Via Flaminia. Allora questa stradina pur avendo da entrambi gli ingressi un cancello aveva le porticine sempre aperte per cui si tollerava il passaggio dei pedoni locali senza particolare difficoltà. Eravamo nella “Piccola Londra” cioè un modo di dire che non mi risulta che fosse diffuso allora. Chissà chi ha chiamato per primo la stradina in questo modo. Certamente il nome ha contribuito alla notorietà della stradina ma ha anche fatto in modo che oggi chi volesse transitarvi troverà i cancelli sempre chiusi evidentemente per tutelare la tranquillità dei residenti. Spesso negli anni ho riconosciuto questa stradina in film, fiction, spot pubblicitari passati in tv e Al cinema. Ricordo una fiction in cui il protagonista accompagna in motorino una sua amica dal Castello Sforzesco di Milano fino a casa sua nella Piccola Londra spacciata, quindi, per essere nel capoluogo lombardo. Occorre dire che al quartiere Flaminio non mancano zone particolari gradevoli per passeggiarvi (purtroppo non sempre fruibili). Se nella Piccola Londra abbiamo la tipica visione di un angolo della capitale britannica grazie ai villini bassi, alle scalette dinanzi le porte d’ingresso e i giardinetti intorno, nelle vicinanze abbiamo un’altra stradina che ha un nome: Via Bernardo Celentano , via simile alla piccola Londra e caratterizzata dalla presenza dell’hotel Villa Glori. A poca distanza su Viale del Vignola abbiamo a destra Villa Flaminia purtroppo in area privata, che nel periodo narrato era la sede del Collegio S. Giuseppe. A sinistra del viale abbiamo Villa Riccio in area condominiale, comunque, con i cancelletti aperti e quindi percorribile. In quell’ agosto del ’74, dopo aver consegnato le rose e aver ricevuto una mancia (il Flaminio non ha mai tradito), mi presi la libertà di tornare in Via Veneto passando per i Parioli attraverso Piazza Euclide dove continua ad esserci una stazione sotterranea della ferrovia Roma Civita Castellana Viterbo.
IL COMPLEANNO DI ZIO PIETRO Mio zio Pietro compiva gli anni l’otto di agosto (cioè tre settimane dopo circa il mio compleanno quando avevo compiuto 15 anni) e ogni anno invitava i propri cari al ristorante. Zio Pietro a Ostia conosceva un ristorante al centro in Piazza Giuliano della Rovere. Era un ristorante a base di pesce dove i proprietari Vincenzo e Ruggero avevano un’amicizia di lunga data con mio zio. Quell’ anno le persone invitate furono parecchie in quanto oltre alla mia famiglia e a quella di zio Pietro c’erano anche i componenti della famiglia di Marcella e Ignazio. Quindici persone in totale, praticamente tutti i frequentatori del terrazzo di Piazza Agrippa tranne “il genitore”. La piazza si trovava sul percorso delle linee 06 e 07, e quindi dalla veranda del ristorante si potevano vedere i passaggi dei bus che avevano in media la frequenza di 15 minuti. Quell‘ anno il compleanno cadeva di giovedì e quindi mio zio aveva chiesto aiuto per tenere aperta l’attività di Via Veneto nel pomeriggio a un suo amico del mercato di fiori che spesso lo aiutava in alcune incombenze particolari come nella preparazione di funerali o addobbi per cerimonie varie. Per questo già da mezzogiorno la 128 di mio padre poté partire a pieno carico da Via Veneto a bordo zio Pietro. mamma, mio fratello e me. Tutti gli altri ci aspettavano vicini al ristorante per cui alle tredici già si era tutti in tavola in veranda con vista sulla piazza (io ovviamente mi ero piazzato in maniera tale da vedere il passaggio dei mezzi pubblici pronto con taccuino e penna per l’annotazione delle matricole). Ci mettemmo a tavola alle tredici e ci rialzammo dopo quattr’ore. Posso fornire con certezza i tempi dopo più di cinquant’anni non per una fenomenale memoria ma perché ho sottomano taccuino con le note dei bus passati in quel lasso di tempo. Ci furono esattamente 16 passaggi che per una media di 15 minuti fanno esattamente quattr’ore (in verità avevo segnato anche l’ora dei singoli passaggi). Nessuno si accorse di quello che facevo con il mio taccuino o comunque nessuno se ne preoccupò. Solo una delle gemelle venne a chiedermi cosa stessi facendo: “scrivo le targhe delle macchine” risposi …. Chissà perché. Le portate furono quattro o cinque (più la torta) e ci fu un discreto scorrere di vino bianco. In questi casi con il passare del tempo i discorsi si fanno sempre più numerosi e sempre più nostalgici. Zio Pietro parlò più di tutti con un 50 per cento almeno di discorsi sulla bicicletta e il restante sui fiori. Zio Ignazio si abbandonò a ricordi di quando lavorava al mattatoio. Zia Lina ricordò i suoi trascorsi di modella presso un atelier di Via Veneto. Zia Marcella parlò della scuola (ci teneva a far sapere di aver frequentato il classico). Ernesto parlò di tutte le dive che aveva conosciuto (parlò solo di attrici). Luciana più che raccontare commentò tutti i racconti degli altri. Stefania purtroppo ci intristì tutti con le sue vicende sentimentali. Mia madre tenne decisamente banco con i ricordi di quando era piccola ai castelli. Mio padre parlò poco e tutti i minori di 18 anni me compreso si abbandonarono alle loro attività preferite: le gemelle e Flavio a giocare e dire parolacce, Elisa a pensare e contemplare e scambiare qualche parola con la mamma, io a guardare sulla piazza e mio fratello a stare zitto tentando di colpire Elisa con la nascita di una figura nuova: “Il maledetto tredicenne silenzioso”. Ci fu anche il momento dei regali che furono mono tema nel senso che furono tutte inerenti con la passione della bicicletta (magliette, guanti, pantaloncini) tranne un cappello che mio zio non sembrò gradire visto che non gliel’ho mai visto indosso. A un certo punto Ernesto si assentò e dopo dieci minuti si presentò con una bellissima bicicletta, anzi con la bicicletta di mio zio come nuova e fiammante visto che era stata restaurata e di originale sembrava esserci solo il telaio (che non era poco). Era una Bianchi professionale che nuova sarebbe costata quanto una Fiat 500 e che restaurata (pare con pezzi originali) non molto meno. Doveva essere un’idea di Zia Lina evidentemente con un contributo di tutti i parenti. Mio zio non disse una parola, si alzò la toccò la squadrò e si mise in sella per provarla. Mezz’ora dopo la tavolata si sciolse e io mio padre e mia madre ritornammo a Roma, mio zio tornò a casa (Piazza Agrippa) in bicicletta e gli altri, compreso mio fratello, si avviarono sulle auto di Ernesto e Stefania sempre verso il terrazzo.
IL VILLAGGIO OLIMPICO Il giorno dopo il pranzo al ristorante si aprivano i seguenti scenari: Zio Pietro prendeva lo 05 alle cinque e trenta del mattino e alle cinque e 45 il treno per porta San Paolo e poi alle sei e venti circa il 23 fino al Mercato dei fiori al Trionfale dove arrivava alle sei e quarantacinque. Alle 7.30 si recava alla fermata dell’8 e alle otto e dieci era al banco. A Ostia 11 persone facevano su e giù con “Le Lampare”. Da Viale del Vignola alle sette partivamo papà, mamma e io e alle sette e venti aprivamo il banco di fiori. Quella mattina, molto presto arrivò un’ordinazione di fiori per il Villaggio Olimpico. Decidemmo di fare la consegna con la 128 in quanto insieme ai fiori c’era anche un cesto di frutta (non era infrequente regalare frutta insieme ai fiori). L’indirizzo era in Via Svezia un luogo che mi rimandava alla scuola Guido Alessi. In Via Svezia abitava la prima maestra che ebbi in prima e in seconda elementare. Oltre la famiglia sono importanti per la crescita di un ragazzino anche gli insegnamenti della scuola. Credo di essere stato fortunato in quanto questa maestra che si chiamava “Fiore” ha inciso in maniera decisiva nella mia maturazione culturale. In quell’agosto ci trovavamo in quartiere di Roma spopolato dalle ferie quando queste duravano per un mese intero. Ebbene quel giorno mio padre prese una decisione incredibile. Mi avrebbe fatto guidare la 128! In realtà fin dalla tenera età di 12 anni avevo guidato la 500 a Brindisi. Non in braccio ma accanto al guidatore, nel senso che mio padre una volta imboccata la Strada della Torretta lasciava il volante a me seduto accanto fino a casa in Piazza Mommsen al rione Paradiso. Ad agosto del ’74 la città era vuota nel vero senso della parola. Le ferie dei romani e degli italiani allora duravano per settimane intere lasciando vuote le città con le scritte come “riapriamo il primo settembre” oppure “In ferie dal primo al trentuno agosto”. Eravamo in Viale della diciassettesima olimpiade una via estremamente larga nel cuore del Villaggio Olimpico. A quindici anni ero alto di gran lunga oltre il metro e ottanta per cui non era un problema l’arrivare ai pedali. Partii con una sicurezza incredibile e misi la seconda al momento giusto, poi arrivati quasi alla fine del viale misi la freccia a sinistra per ripercorrere in senso inverso la strada. Quando stavamo per arrivare quasi all’altezza del Coni in Viale Tiziano mio padre lanciò un grido (in silenzio) dicendo “La polizia, la polizia”. Effettivamente aveva intravisto una volante dall’altro lato della strada in senso contrario. Accostai immediatamente mettendo correttamente la freccia a destra (eravamo solo noi e la volante a 50 metri di distanza) e quindi non successe nulla. Mio padre ha sempre avuto un profondo rispetto delle regole ma evidentemente la prematura predisposizione del figlio per la guida aveva preso il sopravvento.
ALTRO GIRO IN BICICLETTA VERSO FIUMICINO E FREGENE Era la prima volta che prendevo la bicicletta di Zio Pietro dopo il restauro. Decisi di dirigermi verso l’Isola Sacra percorrendo da Piazza Agrippa prima le nuove strade di Ostia come Viale Vasco De Gama e poi Via delle Baleniere la strada commerciale di Ostia. Presi la Via Ostiense in quanto la Via del Mare era una strada (in teoria) percorribile solo da autovetture, poi all’altezza di Ostia Antica presi la strada per Fiumicino, quindi superato il Tevere imboccai la strada parallela di Via Della Scafa. In pratica seguivo il percorso dello 02 nella zona di Isola Sacra. Arrivai al punto in cui si attraversava il canale navigabile di Fiumicino e quindi si passa sopra il ponte levatoio. Dal ponte mi diressi verso nord nel Viale Coccia di morto una strada che corre parallela all’area dell’Aeroporto di Fiumicino. La strada costeggia l’abitato di Focene e poi svolta a destra verso le zone rurali di Maccarese. Le strade che percorrevo in bicicletta costeggiavano casolari su terreni interamente pianeggianti. Arrivato all’incrocio con Viale della Pineta di Fregene svoltai a sinistra verso l’abitato di Fregene fino al piccolo lungomare della località.
LA RIVOLUZIONE DEI TRASPORTI A ROMA NEL 1976 Al momento della narrazione dei fatti (1974) non potevo sapere che meno di due anni dopo ci sarebbe stata una rivoluzione nelle aziende che gestivano il trasporto a Roma e nel Lazio.
CASALETTO, MONTEVERDE, PAPA' E LA PIANTINA DELL'APPARTAMENTO Eravamo in pieno agosto ma nonostante il calo agostano dei clienti non mancavano i fiori da portare in giro per Roma. Si era sparsa la voce che mio padre fosse una persona dalle mani d’oro in quanto a lavoretti di casa. Mio cugino Virgilio e famiglia erano in quell’ agosto in ferie in Toscana (per questo non aveva partecipato alla festa di compleanno del padre). Mio padre aveva avuto l’incarico (anzi la preghiera) di verificare un problema idraulico nella casa di Monteverde Nuovo e per questo aveva avuto da Zia Lina le chiavi dell’abitazione in questione. Una volta, approfittando della consegna di un notevole mazzo di rose in Via del Casaletto, ci recammo verso quella bellissima strada parallela della più ampia Viale dei Colli Portuensi. La strada va da Villa Doria Pamphili a Via Portuense e nel 1974 era servita da minibus del 144 che da Via Giacinto Carini a Monteverde Vecchio arrivava a Via Portuense.
Trovammo senza problemi posto su Viale dei Colli Portuensi, complice il periodo estivo. Entrammo nell’elegante condominio che sfoggiava palazzine da sogno. Il botteghino del portiere era stranamente sguarnito e questo mi lasciò in profonda prostrazione in quanto pensai che se fossi arrivato con un mazzo di fiori non avrei saputo a chi rivolgermi. Arrivammo alla scala dove c’era l’appartamento di mio cugino e saliti al primo piano entrammo nel bellissimo appartamento. Mio padre si diresse verso la cucina dove c’era il problema idraulico da controllare (credo che fosse un problema ai rubinetti del lavabo) mentre io mi dirigevo nel salone estremamente grande dell’appartamento. Il mio compito era quello di prendere le misure dal salone in quanto mio cugino avrebbe dovuto rinnovare i mobili della sala. Ogni volta che mi si chiedeva di prendere le misure di una qualsiasi area mi veniva in mente quello che avevo imparato qualche anno prima quando frequentavo la terza elementare alla Guido Alessi dove c’era un maestro che si chiamava “Cappelloni” e che aveva insegnato ai suoi alunni i segreti del mestiere di Geometra. Mi piaceva prendere le misure di una qualsiasi superficie e poi riportare in scala su carta la piantina. Non solo presi le misure del salone ma lo feci per tutta la casa appuntando nel mio mitico taccuino tutte le misure possibili e immaginabili comprese le misure degli elettrodomestici presenti dei mobili in stanza da letto comprese le misure dei cuscini nonché le misure dei sanitari del bagno e della cucina senza aver trascurato le misure del terrazzo di cui la casa disponeva. La sera stessa in Viale del Vignola, munito di matite fogli squadre e grande tavolino del tinello riportai in scala 1:100 l’intero appartamento.
I GIOCHI A OSTIA Un pomeriggio da Ostia tre figure di ragazzi partirono dal quinto piano di una palazzina di Via Delle Triremi e attraverso l’ascensore scesero coraggiosamente al pianterreno. Il dilemma che si posero era se prendere lo 05 per il centro di Ostia o andare a piedi lungo Corso Duca di Genova verso la sala giochi situata nei pressi del Park di Viale Cardinal Ginnasi. Decisero di farsela a piedi anche perché lungo il tragitto c’era un rivenditore di libri e fumetti usati che aveva sempre riscosso in noi un certo successo. Elisa, Fabio e Vanni (in ordine rigorosamente alfabetico) si rimisero in viaggio a piedi verso Piazzale della Posta e Viale della Marina dove era presente una sala giochi estremamente fornita. Il grosso dei giochi era costituito da flipper e giochi elettronici antesignani dei video giochi degli anni ’80. Non mancavano i giochi tradizionali come biliardino e tavolino per Ping-pong nonché il preferito dai tre ragazzi che si chiamava “Air Hockey” ma non lo sapevano. Il gioco consisteva nello sfidarsi armati di maniglia su tavolo ad aria compressa e scambio di disco uno di fronte all’altro con l’obiettivo di fare goal cioè di spedire il disco nella fessura posta sotto il giocatore. Eravamo tutti e tre abbastanza bravi e si sentivano i colpi uno dopo l’altro delle maniglie contro il disco che a velocità supersonica andava da una parte all’altra. Elisa sembrava avere una marcia in più e quindi vinse le sfide incrociate che ci furono. Non mancarono le sfide al flipper e qui non ce n’era per nessuno. Vanni trionfò anche grazie agli allenamenti effettuati presso il Bar Ausonia di Brindisi dove spesso il papà lo portava a giocare al flipper interno che aveva gli special facili. Nel Ping-pong la vittoria arrise a Fabio che aveva dalla sua un rovescio con la racchetta degna di un grande campione. Esisteva anche il Ping-pong videogioco che non riscosse tra noi un grande successo. Ci recammo poi al vicino Park dove era presente una piccola pista di Kart che fu monopolizzata da noi tre per almeno un’ora. Qui non ci fu storia. Ero l’unico che avesse guidato una vera automobile e quindi vinsi la gara (quattro giri) che oppose noi tre e un altro ragazzino. Erano le otto e quindi dovevamo tornare a casa in quanto si sarebbe cenato alle otto e trenta in punto. Prendemmo lo 05 alla fermata vicina. Nel breve tragitto tutto in rettilineo si passava più o meno a metà strada dinanzi il deposito ATAC presso cui venivano ricoverati i mezzi delle linee del Lido e dintorni.
LA LAZIO, L'INTER E L'OLIMPICO Arrivati a un certo punto del racconto non posso esimermi dal ricordare che nell’ estate del ’74 i tifosi di fede biancazzurra erano reduci dalle gioie più grandi della loro esistenza: la Lazio aveva vinto il suo primo scudetto. Devo dire che nel terrazzo di Piazza Agrippa i festeggiamenti e i balli derivanti dall’avvenimento erano abbastanza contenuti. Nonostante il numero di laziali superasse di gran lunga la maggioranza non esisteva un clima di tensione. C’erano delle persone che non si capiva di quale squadra fossero. Di Zia Marcella si è detto (Roma), di tutto il resto dei Proietti si è detto (Lazio), del sottoscritto si è detto (Roma), di mio fratello si è detto (Inter). Non si è detto di mia madre (credo che avesse un’ecumenica simpatia per Roma e Lazio) né di Zio Pietro (Roma 75 per cento Lazio 25 per cento), né di Zia Lina (né Roma né Lazio). Ma soprattutto non si era detto di mio padre che quando veniva interrogato sull’appartenenza calcistica rispondeva: “Sono del Brindisi, della Scafatese e dell’Italia”. Quartiere Flaminio 24 settembre 1972. Tre persone scendono dal secondo piano di Viale del Vignola 39 e si avviano verso Piazza Melozzo da Forlì poi Piazza Gentile da Fabriano, Lungotevere, Ponte Duca D’Aosta, stadio. Sono il papà Sisino e i figli Fabio e Vanni. Hanno tre biglietti per la prima del campionato 1972/73 Lazio Inter all’Olimpico di Roma. I biglietti sono per l’ingresso in Curva Nord la curva dove si radunano i tifosi della Lazio. Ancora oggi mi chiedo perché! Perché mio padre decise di vedere quella partita? Perché noi (nessuno apparentemente laziale) andammo nella curva dei laziali? Come fece mio padre a capire che quella partita avrebbe fatto vedere all’Italia intera una grande Lazio che proveniva dalla serie B? Durante la partita mio fratello nonostante i suoi undici anni capì che in curva nord non era saggio farsi notare tifoso dell’Inter. Mio padre non tifò (apparentemente). Io mi resi conto che quella Lazio era una buona squadra che avrebbe dato dei problemi alla Roma. La partita finì 0 a 0 ma sancì la mia grande ammirazione per il mister Tommaso Maestrelli che doveva tenere a bada giocatori fumantini come Chinaglia, Wilson, Oddi ecc. ecc. Quell’anno la Lazio finì terza mentre noi arrivammo …… a un passo dalla B. Mi fa impressione ancora oggi pensare che la prima volta che andai all’Olimpico non era per una partita della Roma e non era in curva sud.
BALDUINA E MEDAGLIE D'ORO Non avevo mai fatto una statistica su quale fosse la zona o il quartiere dove effettuavo più consegne. In linea di massima possiamo dire che in testa ci fossero la zona Fleming – Corso Francia – Vigna Clara, i Parioli – Monti Parioli – Piazzale delle Muse e la zona Balduina – Medaglie d’oro. In pieno agosto feci una consegna in Via Ugo De Carolis, una via importante della Balduina insieme al Viale Medaglie d’Oro, che da Prati sale verso Monte Mario.
EUR E CASTELPORZIANO Un giorno di quell’agosto del ’74 decisi di verificare dal vivo una questione che mi aveva assillato da tempo. Dovendomi recare nel pomeriggio verso Ostia Lido anziché prendere la linea per Lido presi quella per Esposizione e scesi alla stazione di Marconi (oggi Eur Palasport). C’era una linea che, pur essendo considerata ordinaria, aveva dei passaggi decisamente limitati. Era la linea 693 che da Piazzale Guglielmo Marconi arrivava alla Tenuta Presidenziale di Castel Porziano transitando per la Colombo la Pontina ed entrando nella tenuta attraverso il cosiddetto Malpasso, nei pressi Castel Romano. Non avevo mai visto dal vivo questa linea e neanche allora riuscii a vederla considerando che durante la giornata aveva solo 3 o 4 partenze verso Castel Porziano.
LA STAZIONE MAGLIANA Con le pive nel sacco per non aver risolto la questione 693 mi diressi verso Viale America dove presi il 293 diretto alla Magliana. Scesi in Piazzale Valfiorita dove c’era la stazione “Magliana” della Metro.
Un tempo così breve di percorrenza tra Termini e Ostia non sarebbe possibile neanche oggi anche in presenza di un collegamento diretto tra la Metro B e la Linea per Ostia.
UNA CENA SUL TERRAZZO Una tavola imbandita sul terrazzo di Piazza Agrippa attirava un numero di persone non inferiore a otto. I componenti fissi del tavolo erano Zia Lina, Zia Marcella, la nuora Luciana e i simpatici pargoli suoi figli. Ogni sera si alternavano vari componenti che naturalmente avrebbero dovuto essere ospitati per la notte. Le due stanze dell’appartamento erano state organizzate per ospitare la prima quattro persone e la seconda cinque. In casi eccezionali si metteva un lettino nel corridoio e in altri ultra-eccezionali si ricorreva al dondolo sul terrazzo. Nella prima stanza c’era un letto matrimoniale che era appannaggio di Zia Lina e zio Pietro (quando era presente) oppure sua sorella Marcella. C’erano due lettini appannaggio di Zio Ignazio e del sottoscritto. Nell’altra stanza c’erano un divano letto matrimoniale e tre lettini per i tre piccoli Proietti. Da tener presente che a duecento metri di distanza dal condominio di Piazza Agrippa era stato affittato nel mese di agosto un appartamento (senza terrazzo) dove dormivano Elisa e la mamma Stefania. Tale appartamento ospitava anche quei componenti che risultassero in sovrannumero a Piazza Agrippa. La sera in cui tornavo dalla spedizione non riuscita del 693 eravamo a cena Zia Lina, Zia Marcella, Luciana ed Ernesto con prole. Mi resi conto di più quella sera che esistevano vari tipi di conversazioni a seconda dell’occasione. Al compleanno di Zio Pietro ciascuno parlava di sé stesso anche in omaggio e in onore del festeggiato. Nelle cene ordinarie si parlava invece delle persone assenti. Nel nostro caso non c’era che l’imbarazzo della scelta. Si poteva parlare della famiglia di Zio Pietro (di cui io ero il solo rappresentante in quell’occasione), si poteva parlare dei parenti di Zio Ignazio tutti appartenenti alla tradizione della macelleria capitolina, oppure si poteva parlare della vicenda Stefania - Genitore (ricordate la persona di cui non ricordo il nome?) che era sopraggiunta in quel 1974. Si finì a parlare della vicenda separazione tra Stefania e il genitore. Venni a sapere che il genitore ed Ernesto, fratello di Stefania, lavoravano insieme nel campo del cinema. Questo era motivo di discussione e, in qualche modo, di imbarazzo nell’ambito della famiglia Proietti, Io ascoltavo con grande attenzione, intervenivo poco, ma ricordandomi del recente referendum sul divorzio, a un certo punto dissi che il divorzio era una grande conquista in ambito diritti civili. Confesso che ricordavo le assemblee che si erano tenute a scuola a Brindisi che esaltavano quella legge sopravvenuta nel 1970. Zia Marcella aveva una grande considerazione di mio padre (entrambi votavano per il PCI) e credo che pensasse che ci fosse un buon impegno politico nel sottoscritto e di rimando che considerasse non pienamente impegnati i propri figli. Quella sera, comunque, la miglior frase arrivò da Luciana: E’ mejo divorzià che menasse. Nessuno dei componenti della cena dovette trasferirsi nell’altra casa per la notte. Il giorno dopo, la cosa era stata organizzata da tempo, Ernesto si sarebbe dovuto recare a Cinecittà per lavoro e insieme a lui il figlio Flavio e il sottoscritto avrebbero varcato il confine tra realtà e finzione. In verità era stato invitato anche mio padre insieme a mio fratello.
IL VIAGGIO VERSO CINECITTA' Il programma prevedeva che il giorno dopo Ernesto, Flavio e il sottoscritto si dirigessero di buon mattino da Ostia a Cinecittà. Altresì era previsto che mio padre partisse. sempre di buon mattino, dal Flaminio verso Cinecittà. La mia preoccupazione consisteva di evitare che mio padre si perdesse e che non potesse arrivare ai celeberrimi studi di Via Tuscolana. La sera prima trascorsi una ventina di minuti al telefono tentando di spiegare cosa avrebbe dovuto fare per arrivare a destinazione sano e salvo e in orario. Mio padre sarebbe arrivato senza problemi dal Flaminio a San Giovanni da dove partiva la Via Appia Nuova. Ogni brindisino che si rispetti ha nel proprio DNA il ricordo della via più famosa del mondo che arrivava alle Colonne Terminali del Porto di Brindisi. Quindi non ci sarebbe stato alcun problema nel riconoscere la via da prendere per dirigersi verso i castelli romani. Consigliai a mio padre di visionare il lato sinistro della Via Appia Nuova nel percorrerla fino ad intravedere una via estremamente larga che anziché essere trasversale si dipartiva in diagonale: Via delle Cave. Lui si sarebbe dovuto fermare sul lato destro della via delle Cave. A questo punto il dilemma per me era: mio padre deve seguire il tram della STEFER per Piazza Cinecittà oppure seguire un bus che transitando in quella via non poteva che dirigersi verso i castelli e quindi passare dinanzi agli studi? Il tram era escluso in quanto all’inizio del quartiere Don Bosco (nelle vicinanze del Quadraro) esso si dirigeva verso sinistra percorrendo un tratto vietato al traffico privato. Quindi non rimaneva che accodarsi a un pullman blu della STEFER che sicuramente passando su Via delle Cave sarebbe passato dinanzi agli studi. Il problema era proprio al quartiere Don Bosco dove i lavori della Metro avevano interrotto il passaggio su Via Tuscolana e quindi il traffico veicolare proveniente dal centro e diretto fuori Roma veniva deviato verso destra attraverso le strade di quartiere. “Papà una volta arrivato in Via delle Cave (la strada in diagonale) fermati a destra e poi metti Fabio di vedetta”. [Nota del web-editor: nel periodo qui raccontato i tram della STEFER seguivano il percorso ordinario da via delle Cave a via Tuscolana all'altezza di via S. Maria del Buon Consiglio: a cusa dei lavori di scavo per le gallerie della metropolitana il nuovo itinerario seguiva piazza dei Tribuni, viale dei Consoli, viale S. Giovanni Bosco, via dei Salesiani e via Orazio Pulvillo, con le corse che terminavano a piazza Cinecittà, di fronte alla sede che era dell'Istituto Luce. La tratta fino agli stabilimenti cinematografici era stata dismessa sempre a causa degli scavi, col risultato che seguire il tram non avrebbe consentito di raggiungere la città del cinema[. “Nel momento in cui un pullman della STEFER proveniente da Via Appia gira su Via delle Cave non può che essere delle linee per Frascati, Marino o Rocca di Papa. Seguilo e una volta superato il quartiere Don Bosco (una serie infinita di palazzoni) nel momento in cui non vedi più edifici a destra sei praticamente arrivato”. Il mattino successivo partimmo con la 127 di Ernesto alla volta di Cinecittà. Il tragitto fu estremamente lineare, Via del Mare, raccordo e uscita Tuscolana. Mio padre si mise la volante della 128 e in breve arrivò a San Giovanni e poi Via Appia Nuova, la rotatoria di Piazza Re di Roma ancora Via Appia e finalmente Via delle Cave. In agosto non era un problema trovare un angolino in cui fermare la vettura. Mio fratello si mise di vedetta. Dopo pochi minuti fu avvistato un pullman. “Papà, papà, va a Marino Marino era il paese dove era nata mia madre. Mio padre si mise all’inseguimento del bus e lo seguì nel suo percorso attraverso la Via Tuscolana, Porta Furba la discesa verso il Quadraro, e poi la deviazione a destra attraverso le strade squadrate del quartiere, poi un piccolo tratto della circonvallazione Tuscolana e poi a destra un piccolo tratto della Via Tuscolana, ed eccoli a Cinecittà. Ernesto aveva comunicato all’ingresso degli Studios la targa della macchina di mio padre con sigla BR. La targa BR era Brindisi per i brindisini e per gli abitanti delle provincie vicine (Bari, Taranto e Lecce) ma era Brescia per tutti gli altri italiani. Il custode all’ ingresso di Cinecittà disse a mio padre: “prego, passi pure, mi avevano comunicato che doveva entrà uno de Brescia”.
CINECITTA' Quando si cammina dentro gli studi di Cinecittà si cammina su viali pieni di verde e teatri di posa. Quando si dice che si possano incrociare comparse dell’antica Roma e cow boys del west insieme a suore e prelati della Roma del ‘500 forse si esagera. In quell’ occasione non vedemmo un gran movimento all’interno di Cinecittà complice probabilmente il periodo estivo. Ernesto pregò mio padre di badare a Flavio mentre lui entrava in uno dei teatri di posa di Cinecittà. Girammo un paio d’ore per Cinecittà senza vedere particolari cose. In effetti le scene venivano girate all’interno dei teatri a meno che non si dovesse girare sui viali per testimoniare la vita di Cinecittà. In un film di qualche anno dopo furono girate delle scene lungo i viali di Cinecittà insieme a un viaggio immaginario in tram dalla casa del passeggero agli studi. Il film era “Intervista” di Federico Fellini. Tra le varie scene c’era una sequenza che ripercorreva il tragitto che il giovane Fellini aveva fatto arrivato a Roma da Rimini dalla casa del passeggero a Cinecittà ovviamente sul tram dei Castelli. Nel film del 1987 con Fellini interpretato da Sergio Rubini, il tram ricostruito parzialmente e somigliante a un MRS (cioè ai tram che la STEFER utilizzava per il servizio urbano) andava verso Cinecittà attraversando aree fantastiche con panorami degni di paesaggi africani insieme alla presenza di elefanti (etiopi diceva un comprimario nel film). Evidentemente veniva ricordata la vocazione onirica degli studi di Cinecittà. Ernesto uscì dal teatro di posa mentre noi eravamo seduti su una panchina e, stranamente, tenne la bocca chiusa su quello che aveva fatto all’interno del teatro. Capii che esisteva una sorta di riservatezza su quello che succedeva sui film in lavorazione (chissà forse paura di uscita di notizie appannaggio dei giornali di gossip). Ernesto ci disse che il film sul quale si stava chiudendo la lavorazione in quel teatro era interpretato dalla Sandrelli e da Manfredi. Capii qualche anno dopo che il film poteva essere “C’eravamo tanti amati” di Ettore Scola con interpreti anche Vittorio Gassman e Stefano Satta Flores: Il film sarebbe uscito alla fine di quell’anno. Non erano ancora le undici e trenta quando uscimmo dagli studi e ci dirigemmo verso le nostre destinazioni. Ernesto con Flaviano e con mio fratello tornò a Ostia (mio fratello era diretto verso dove lo portava il cuore) mentre mio padre e me andammo verso Via Ludovisi.
L'HILTON E LA MEGA CONSEGNA Arrivammo al banco mentre mia madre e zio Pietro stavano effettuando un’operazione molto complessa e urgente: preparare un numero alto di mazzi di fiori per una delle agenzie di viaggio nostra cliente: 30 mazzi di fiori da portare il prima possibile all’Hilton a Monte Mario. L’Hilton era uno degli alberghi più esclusivi (e costosi) di Roma e normalmente non accettava comitive di turisti che venivano quasi sempre ospitati certamente in buoni alberghi ma non in cinque stelle Lusso. Ma questa consegna doveva essere particolare tanto è vero il budget a disposizione per le composizioni si era addirittura raddoppiato. Alle 12.30 di quel giorno mio padre me e 30 bellissimi mazzi di fiori sistemati nella parte posteriore della 128 (molto ampia) partirono alla volta di Monte Mario. Il tragitto per me era una passeggiata, si prendeva il Muro Torto e dopo Piazzale Flaminio si girava a destra per il lungotevere e giunti a Ponte Risorgimento si girava a sinistra per poi imboccare la bellissima Viale Mazzini. Superata Piazzale Clodio si entrava nella Panoramica (poi divenuta Viale Cavalieri di Vittorio Veneto) fino ad arrivare all’ incrocio con Via Alberto Cadlolo. Svolta a sinistra ed eccoci all’ interno del più grande Hotel di Roma. Io e mio padre e con l’aiuto di un fattorino dell’Hotel, cosa abbastanza rara (l’aiuto non il fattorino), portammo alla reception i bellissimi mazzi di fiori. Il portiere ci disse che i clienti sarebbero arrivati solo in serata e tutto sommato era di buon auspicio consegnare a dei ricconi dei fiori insieme alla chiave della stanza. Venimmo a sapere da Zio Pietro, qualche giorno dopo, che l’agenzia di viaggi ci faceva i complimenti e ci ringraziava per l’efficienza dimostrata. Nel frattempo, il banco di fiori, che era rimasto senza fiori, aveva deciso di chiudere (caso raro al di fuori della domenica) e mio zio si era diretto verso Ostia calcolando cosa avrebbe dovuto acquistare il giorno dopo al mercato di Via Trionfale mentre mia madre aveva preso l’autobus a Villa Borghese e cambiato a Piazzale Flaminio per arrivare in Viale Del Vignola. Ci incontrammo sotto casa alle 14 in quel giorno che sembrava non finire mai. Alle 15 eravamo in viaggio verso Tivoli per andare a visitare la Villa d’Este.
TIVOLI E VILLA D'ESTE L’idea, manco a farlo apposta, era stata mia ma era stata subito suffragata da mio padre che aveva un’adorazione particolare per le ville cinquecentesche. La Villa d’Este è una delle meraviglie di Tivoli insieme a Villa Gregoriana e Villa Adriana. La natura delle tre attrazioni è notevolmente differente: Cinquecento (Villa d’Este), Area naturale (Villa Gregoriana) e Area archeologica (Villa Adriana). Dal Flaminio per Tivoli la strada era abbastanza lineare. Si percorreva la Via Flaminia fino a Piazzale Flaminio poi a sinistra per il Viale Muro torto, i sottovia di Corso Italia, poi Via Bari, Via Catania (da Piazzale Flaminio percorso dell‘8 e 8 barrato), quindi gli svincoli di Via Tiburtina e la Circonvallazione Nomentana (la futura Tangenziale est) e infine la Tiburtina attraversando la periferia romana con Settecamini , Setteville di Guidonia , Bagni di Tivoli , Ponte Lucano, l’abitato di Villa Adriana, la salita della Tiburtina fino a Piazzale Garibaldi. Naturalmente ero provvisto per l’occasione, oltre alle Tavole del Comune di Roma, anche della guida Roma e dintorni del Touring Club Italiano e della Guida Michelin che avevano entrambe delle piantine di Tivoli. Consigliai a mio padre di girare a destra in Viale Arnaldi, dove sarebbe stato facile trovare posto per l’Auto. Tivoli era frequentatissima di pullman di turisti che scaricavano i passeggeri nelle piazze abbastanza ampie dinanzi al belvedere. Il capolinea dell'autolinea Roma-Tivoli dell’ATAC era posto in Piazzale delle Nazioni Unite. Durante il tragitto tra l’auto parcheggiata e Villa d’Este ebbi modo di vedere un minibus della linea 3 del servizio urbano di Tivoli esercitato con Fiat 414.
IL CAFE' DE PARIS E I SUOI CORNETTI Il mattino dopo mi svegliai come al solito alle sei e trenta. Per me non era un problema svegliarmi presto. Le ore della mattina presto erano il momento migliore di apprendimento e creatività. Durante l’anno scolastico a Brindisi mi svegliavo spesso anche alle sei per ripassare le lezioni del giorno. Non avevo solo una sveglia naturale ma addirittura una spia che mi avvertiva che quel giorno sarei stato interrogato. Incredibilmente nove volte su dieci fu così. Mi svegliavo alle sei, ripassavo fino alle sette e quindici e nel giro di un quarto d’ora ero lavato vestito e dentro l’autobus della linea Bis studenti di Brindisi che mi avrebbe portato dinanzi il liceo fresco e preparato. Quella mattina di fine agosto alle sette ero alla fermata di Via Flaminia, all’angolo di Via Fracassini, e il primo bus che arrivò fu il 2 Barrato (linea non molto frequente) mentre a Piazzale Flaminio presi il 99 fino a Porta Pinciana. Alle sette e trenta ero dinanzi al banco di fiori, dove era già presente zio Pietro (era partito da Ostia). Era andato al mercato dei fiori, aveva comperato mezzo mondo ed era già nel campo di battaglia. Normalmente i fiori scelti da mio zio arrivavano alle otto e trenta tramite un furgone di fiducia, ma in quel giorno, per riempire il vuoto del giorno prima (I 30 mazzi di fiori), mio zio aveva coinvolto un suo amico che in macchina lo aveva accompagnato insieme ai primi mazzi di fiori, che avrebbero allietato la vista degli avventori di Via Veneto. Come mi vide Zio Pietro disse. “Al Cafè de Paris hanno bisogno di un aiuto per i vasetti ai tavoli. Ci vai tu? “ Quando il Cafè de Paris chiamava il banco di fiori rispondeva, e il sottoscritto volava in aiuto del prestigioso bar anche perché il premio sarebbe stato indimenticabile. Nel giro di venti minuti i tavoli in strada tra la Via Lombardia e la Via Ludovisi erano pronti per accogliere i clienti per la prima colazione, per l’aperitivo, per la seconda colazione, per l’aperitivo pomeridiano e per il pranzo (cioè la cena). La mancia del Cafè de Paris per il sottoscritto era un sontuoso caffellatte e un doppio cornetto tra i più buoni che abbia mai mangiato. Credo che fosse a base di burro, non troppo dolce, ma era una delizia che ancora oggi mi manca. Fra le tante credenze sul Cafè de Paris e in generale sui caffè storici si narra di prezzi stratosferici per i clienti. In realtà prendere al banco un caffè corretto al Fernet (come faceva zio Pietro) non era granché costoso anche perché i prezzi venivano stabiliti da un listino di competenza comunale. Naturalmente seduti ai tavoli il discorso cambiava. In ogni caso essere seduti e vedersi passare davanti Antony Queen, la principessa Soraya, Ennio Flaiano e il Tenente Colombo non aveva prezzo. A partire da quegli anni le gestioni del Cafè de Paris non furono più all’altezza del nome. Fu una lenta e inesorabile decadenza fino alla chiusura definitiva degli anni duemila. Attualmente passando in Via Veneto si nota ancora presente la celebre tettoia con il nome. Si intravede all’ interno un cumulo di rifiuti che ci fa vergognare tutti.
LA CITTA' GIARDINO Tornai al banco di fiori (30 metri di distanza) pensando che in quel mese di agosto avevo consegnato almeno il doppio dei fiori del mese di luglio. Ma perché questo era accaduto? Dopo 10 secondi, mi ero dato la risposta: il banco di fiori di Zio Pietro era l’unico esercizio aperto nei rioni Ludovisi e Sallustiano nel mese di agosto. Mio zio mi aspettava con un grande sorriso mentre nel frattempo era arrivata anche mia madre accompagnata da mio padre che si sarebbe diretto verso Ostia per sancire la fine delle ferie agostane di Zia Lina. Aveva ricevuto l’incarico di riportare la zia (che nel frattempo aveva ripreso molto bene la vista) alla volta di Viale del Vignola. Nel frattempo, era arrivata una richiesta che aveva dell’incredibile. Zio Miro, che aveva chiuso il suo negozio nel mese di agosto, aveva chiesto a suo fratello di preparare un sontuoso mazzo di rose da regalare alla di lui moglie in occasione dell’anniversario di matrimonio. Zio Pietro aveva preparato un enorme bouquet, che avrei dovuto portare alla residenza di Zio Miro sita in zona Città Giardino, cioè a Monte Sacro, uno dei quartieri più belli della parte nord–est della città. Feci un “briefing” a mio padre affinché arrivasse da solo senza problemi a Ostia (il trasferimento definitivo della zia era previsto per il mattino successivo). Mio padre insieme a me aveva percorso fra luglio e agosto qualche decina di volte il tragitto tra Via Veneto e Piazza Agrippa e quindi era pronto per il grande passo: arrivare da solo a Ostia. Sapevo che c’era un punto debole in mio padre nel tragitto ed era la rampa che da Viale Marconi scendeva verso l’inizio della Via del Mare e della parallela Via Ostiense. Mio padre aveva manifestato la tendenza a dirigersi dopo la rampa verso sinistra cioè la Via Ostiense anziché verso destra la Via del Mare strada riservata alle autovetture dirette a Ostia. Mi raccomandai in maniera estrema sulla cosa dopodiché caricai l’enorme mazzo di rose nella cesta posteriore e mi tuffai a sinistra verso Porta Pinciana poi a destra in Corso d’Italia poi nel sottovia fino al primo bivio a sinistra verso la Via Nomentana e mi ritrovai dopo solo cinque minuti dalla partenza al semaforo tra Via Nomentana e Viale Regina Margherita. Ancora una corsa su Via Nomentana e poi a destra su Ponte Nomentano sull’Aniene e quindi Via Cimone uno dei villini della “Città Giardino” dove dimorava Zio Miro con la moglie Zia Lia. Mio zio mi aprì stupito dell’ora in cui ero arrivato e mi disse: “Dieci minuti fa ho sentito Pietro che mi ha detto che eri appena partito …. ma come hai fatto?”. Dissi che conoscevo bene la strada.
VIA RASELLA, 23 MARZO 1944: ORE 16 O POCO PRIMA Alla Purificazione quel pomeriggio Rina chiese: “A Ma ma che è stato?” “Veniva da Piazza Barberini “rispose sua madre. “‘Na Bomba? “chiese Rina “Me sa de si” rispose sua madre. In quel momento Miro si trovava a percorrere Via del Corso verso San Silvestro e poi girò su Via del Tritone. I filobus della linea NB non camminavano da mesi e in certe ore l’unica alternativa era farsela a piedi. Saranno state le 4 e un quarto e a un certo punto una camionetta proveniente da Piazza Barberini piena di militari tedeschi si accostò mentre Miro si fermava spaventato. Due militari gli intimarono di salire sulla camionetta che ripartì facendo inversione a U e girando a destra sotto il Traforo ancora una frenata e un pedone fu intimato a salire. Dopo pochi minuti, si passò dinanzi Santa Maria Maggiore poi Piazza Vittorio e poi a destra in discesa su Viale Manzoni poi a destra Via Labicana e poi a sinistra Via Tasso. Dinanzi gli ingressi del carcere c’era una gran confusione, tante camionette scaricavano persone prese qua e là alla rinfusa nei dintorni. C’erano decine di persone controllate dai militari tedeschi armati. A un certo punto si sentì una voce che gridò “Aho l’hanno presi”, “Aho hanno preso quelli che hanno messo la bomba”. Alcuni gridarono “l’hanno presi lasciatece annà” . “Lasciatece annà”. Un piccolo gruppo di persone dinanzi agli ingressi del carcere cominciarono a muoversi in ogni direzione. I militari tedeschi si guardavano tra loro in attesa di ordini. Un piccolo numero di fermati cominciò a correre chi verso Piazza Dante chi verso San Giovanni chi verso Via Merulana chi verso Piazza Vittorio. I militari tedeschi si ripresero e cominciarono a urlare e poi si sentirono degli spari di mitraglia forse in aria o forse ad altezza d’uomo. Una decina di persone riuscì a dileguarsi grazie alla loro forsennata corsa, tra cui Miro. Il grosso delle persone venne ripreso e riportato dinanzi all’ingresso del carcere. Chi ha gridato ha salvato qualcuno, e anche mio zio Miro. Alcuni fra i fermati di quel giorno sarebbero andati alle Fosse Ardeatine. Mio zio Miro mi disse che per qualche settimana non si fece vedere al banco dei fiori in quanto aveva paura che qualcuno fra i tedeschi lo riconoscesse. I Nazisti avevano il quartiere generale all’Hotel Flora a 300 metri dal banco di fiori.
AVENTINO, SAN SABA, MONTAGNE ROCCIOSE Tornai in pochi minuti a Via Veneto complice lo scarso traffico dell’ultimo fine settimana di ferie dei romani. Mi aspettava la consegna di tre mazzi di fiori in zona Aventino, San Saba e in Via delle montagne rocciose, in zona EUR. L’ Aventino è uno dei sette colli storici di Roma, praticamente a ridosso del centro storico, e nonostante questo era uno dei quartieri più tranquilli di Roma. Lo divideva da San Saba solo il Viale Aventino, che separava i due colli di poche centinaia di metri. L’ Aventino è terra di turismo (tutto sommato discreto) grazie alla presenza delle Basiliche Paleocristiane di Santa Sabina e Sant’Alessio, grazie al Giardino degli aranci e del suo panorama, e grazie al buco della serratura del portone del Palazzo dell’Ordine di Malta, da cui si vede la Basilica di San Pietro
La consegna fu rapida come anche quella nella vicina San Saba (in Piazza Gian Lorenzo Bernini). La terza consegna era nella parte residenziale del quartiere EUR, e anche qui la consegna fu abbastanza veloce. Era la tarda mattinata del sabato 31 agosto del 1974. Decisi di fare una telefonata al banco di fiori (da una cabina telefonica) per sapere se ci fossero ulteriori consegne da fare. Alla risposta negativa chiesi il permesso di andare in motorino a Ostia. Il giorno dopo ci sarebbe stato un mini-trasloco da Ostia al Flaminio e quindi una cesta in più oltre il bagagliaio della 128 avrebbe fatto comodo. Feci la Colombo facendo attenzione a questa strada estremamente pericolosa per moto e biciclette. Percorsi il lungomare fino ad arrivare in Piazza Agrippa, dove parcheggiai il motorino nello spazio condominiale del palazzo. Passai il pomeriggio in spiaggia insieme a mio fratello e ai Proietti in quello che era l’ultimo appuntamento con lo stabilimento Le Lampare. Quella sera stessa tutta la famiglia Proietti rientrò a Testaccio tranne Zia Marcella che avrebbe aiutato la sorella nella preparazione degli oggetti da riportare in città. A cena eravamo in cinque (Lina, Marcella, mio padre, mio fratello e me) quando si scatenò improvvisamente un temporale di quelli che si ricordano per generazioni. Ci fu una bufera di vento che per fortuna non provocò danni alla vetrata del terrazzo in quanto mio padre qualche settimana prima l’aveva rinforzata con sbarre supplementari a prova di fortunale. La tettoia del dondolo era già stata opportunamente ammainata evitando che fosse sradicata dal vento. Per cui non ci rimase che rientrare per la notte nelle nostre stanze: Zia Lina e Zia Marcella nel lettone e io ai piedi nel lettino. Mio padre e mio fratello nell’altra stanza. |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| . | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
TramRoma, ©1999-2023 - Curatori: Dario Giacomini, Mauro Di Pietrantonio |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Ultimo aggiornamento: venerdì 09 ottobre 2026 |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||