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La storia del trasporto pubblico di Roma raccontata con passione e per passione. Sito fondato da Vittorio Formigari, online dal 1999 |
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Ricordi e nostalgia |
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A ROMA UN'ESTATE |
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di Giovanni Napolitano |
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LUGLIO 1974 |
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LA FAMIGLIA E' UNITA Il mese di luglio coincise con il ricongiungimento con la mia famiglia. Mia madre Rina, mio fratello Fabio e mio padre Sisino arrivarono con la 128 di buon mattino il primo luglio. Immaginai il calvario che mio padre aveva inflitto a mamma e mio fratello prima della partenza per Roma. Mio padre in estate amava viaggiare di notte, quindi, aveva costretto i congiunti a un’alzataccia che difficilmente arrivati a Roma avrebbero smaltito in poco tempo. Mio padre nel viaggio per Roma dava il meglio di sé, riusciva a non perdersi grazie anche al fiuto nel trovare lo svincolo della Via Viarum (la Via Appia) che da Brindisi arrivava a Roma almeno da 2300 anni. Dalla Via Appia Nuova si arrivava a San Giovanni quindi a Termini, Via Veneto e finalmente V.le del Vignola. Era un ingresso trionfale nella città eterna mentre mia madre e mio fratello erano ancora in dormiveglia. Quella mattina vidi la 128 parcheggiata sotto i platani del Flaminio e fui particolarmente contento che tutta la famiglia fosse riunita nella città che amavo di più. Ma la presenza della famiglia era legata anche al prossimo ingresso di Zia Lina presso la Clinica San Domenico per l’operazione alla retina. Mio padre si sarebbe dedicato a fare dei lavori presso la casa di Ostia di Zio Pietro, mia madre avrebbe dato una mano al banco di fiori e avrebbe assistito la cognata, e mio fratello? boh, non lo so che avrebbe fatto. Mio fratello Fabio era più piccolo di me di 20 mesi ma aveva un primato: aveva viaggiato prima di me in aereo (aveva 7 anni) ma lo aveva fatto con un aereo ad elica l’F27 da Brindisi a Roma in tempo superiore ai 90 minuti. Il mio primo viaggio in aereo era stato nel 1969 su DC9 da Brindisi a Roma con mia zia Lina in un tempo di circa 60 minuti. Fabio aveva anche un altro primato: deteneva un numero consistente di scudetti essendo tifoso dell’Inter contro il mio unico trofeo dell’amata AS Roma. Non era un problema in quanto pensavo che lui avrebbe potuto avere una disgrazia maggiore: essere tifoso della Lazio. Mamma Rina era nata ai Castelli, a Marino ed era della famiglia la più prodiga nell’aiuto di chiunque avesse avuto bisogno fosse qualcuno appartenente a quella sua originaria o quella brindisina di mio padre. Papà Sisino era nato in un rione popolare di Brindisi situato al porto: Le Sciabiche. Era un rione abitato da pescatori ed estremamente caratteristico della città. Se dovessi fare un confronto lo paragonerei a Trastevere sia per le caratteristiche popolari sia per il fatto che entrambi con gli anni sono diventati luoghi di tendenza pieni di locali alla moda. Era un assistente al Nautico di Brindisi sempre presente presso l’officina della scuola dove si insegnava pratica ai futuri “macchinisti” di navi. La scuola che frequentavo alle medie (quando ero a Brindisi) era a pochi metri dal Nautico per cui spesso, uscito da scuola, lo andavo a trovare in attesa di tornare insieme a casa..
L'ORGANIZZAZIONE E' TUTTO In quel mese di luglio ci dovevamo organizzare bene in quanto c’erano degli avvenimenti che avrebbero condizionato la nostra vita. Zia Lina sarebbe entrata presto in clinica per l’operazione. Mia madre si spendeva tra il banco di fiori e l’assistenza alla cognata. Zio Pietro era impegnato tra il banco di fiori e la sua seconda attività. Io al mattino facevo le consegne e anche altre attività di cui si parlerà in seguito e nel pomeriggio ero libero tra il tornare in Viale del Vignola, andare a Ostia dove mio padre stava facendo dei lavori importanti alla casa di zio Pietro oppure andare a fare le mie solite passeggiate. Un’ attività che storicamente veniva effettuata dal banco di fiori era quella di andare in alcuni alberghi e preparare gli ornamenti floreali per i loro ristoranti. Io ero stato destinato alla preparazione dei tavoli dell’Hotel Ambasciatori per l’ora di pranzo. Nelle prime ore della mattina entravo da una porticina laterale di Via Liguria e attraverso un labirinto di corridoi e stanze arrivavo nella grande cucina dell’Hotel. Su un tavolo erano pronti in fila i centritavola che avrei arricchito di fiori per allegrare le tavole dei commensali. L’ operazione richiedeva non più di 30, 40 minuti e nel frattempo sentivo il viavai di camerieri che entravano in cucina provenienti dalla sala per le ordinazioni della prima colazione. Per la maggiore andavano le uova al bacon segno che la clientela dell’Hotel (un cinque stelle lusso) era composta da anglosassoni in particolare americani sempre ai primi posti tra i turisti di Via Veneto. In passato gli hotel serviti dal banco erano tantissimi ma qualche anno prima c’era stato uno strappo nella famiglia tra i fratelli Pietro e Miro. Quest’ultimo aveva deciso di mettersi in proprio aprendo un negozio di fiori in Via Ludovisi più o meno all’altezza del punto in cui era stato aperto il primo banco di fiori nel 1918. C’ era stato qualche problema tra i due fratelli ma poi tutto si era messo a posto e ora i due si scambiavano i clienti e anche, a volte, i lavoranti. Successe che Zio Miro mi chiedesse di stare qualche domenica mattina presso il negozio in quanto lui era impegnato ad addobbare la maestosa tenuta dei Testimoni di Geova alla Marcigliana. Questa incombenza occupò solo quattro domeniche in quell’ estate del 1974. Zio Miro mi diede alcune indicazioni: probabilmente ci sarebbero stati pochi clienti venuti in negozio. Nel negozio c’erano alcune piante e pochi mazzi di fiori sicuramente messi lì per fare scena. Ci sarebbero potute essere delle ordinazioni che io avrei avuto cura di segnare su un Block notes. Potevano esserci delle telefonate “Interflora” che sarebbero state evase il giorno successivo essendo domenica. Potevano esserci richieste per regali floreali nazionali o internazionali e quindi bastava che ne prendessi nota. Solo in un caso mio zio si raccomandò di agire con immediatezza: “Se arriva qualcuno che vuole spedire fiori a New York ti lascio questo numero telefonico. Aspetta mezzogiorno e poi chiamalo “. Vendetti due piante di Dracena e un mazzo di Calle. Poi arrivò un distinto signore che. con accento britannico, mi disse di voler spedire un mazzo di fiori a Manhattan, se possibile dei crisantemi. Il fatto che qualcuno volesse regalare dei crisantemi non era una sorpresa se anglosassone (i crisantemi in America sono segno di gioia), il problema era che non ero così sicuro che a New York si trovassero dei fiori che erano diffusi in autunno. Erano le 12 e trenta e quindi dissi al signore che avrei fatto subito una telefonata. “Alò” mi rispose immediatamente una voce, la teleselezione internazionale cominciava a funzionare bene. “Good Morning, i ‘m Vanni and i ‘m calling from Rome” risposi con il mio inglese. “Miro amico mio como stai? ““Buon giorno sono il nipote di Miro e chiamo per un’ordinazione “ “Dimi tutto amico mio che desidera?” “Ho un cliente che desidera spedire della crisantemina in Manhattan” “Good, tengo in shop tre mazzo di crisantemi , però dici cliente che costa parecchio “. Comunicai la cifra che il venditore di Manhattan mi aveva detto: 100 dollari più spese, in totale 135 dollari. Il cliente non ebbe esitazioni e dettò l’indirizzo e cosa scrivere nel biglietto. Ringraziai New York, e dissi al cliente che, se voleva , poteva passare in seguito per il pagamento direttamente a mio Zio. Ebbi la sensazione di aver fatto una buona impressione nonostante il mio inglese non potesse definirsi del tutto fluente. Due giorni dopo zio Miro venne al banco dove io mi stavo preparando a fare delle consegne. “l’ambasciatore americano ti ringrazia e mi ha pregato di darti questo “. Erano 5000 lire!
CENTOCELLE, I TRAM E IL NARRATORE DI STORIE Un pomeriggio da Via Veneto decisi di puntare, per la passeggiata, ad un grande quartiere della periferia di Roma Est: Centocelle. Il quartiere era veramente grande e si trovava tra le consolari Prenestina e Casilina. Ci si arrivava prendendo i tram 12 e 14 da Termini oppure il trenino della Roma Fiuggi che percorreva Via Casilina dalla stazione Ferrovie Laziali di Via Giolitti. Il quartiere aveva una toponomastica particolare in quanto i nomi delle vie delle piazze erano dedicati a fiori e piante (eravamo in tema). Da Via dei Frassini si poteva arrivare a Via dei Gelsi e poi sportarsi su via delle Rose per poi giungere in Via dei Ciclamini (proprio come la canzone della Berti) e finire a Piazza dei Mirti, che era il centro indiscusso del quartiere. Lì c’era il capolinea delle corse urbane limitate della Roma Fiuggi. Addentrandomi in una delle floreali vie del quartiere vidi, a un certo punto, un piccolo capannello di adolescenti che guardavano verso un piccolo giardino condominiale dove era seduto un signore di una certa età che stava raccontando delle storie. Scoprii subito che si trattava di una piccola istituzione della zona conosciuta dalle mamme che, delle volte, lasciavano i propri figli a sentire i racconti di fantasia del personaggio. Era una sorta di alternativa ai corsi che la scuola dell’obbligo avrebbe dovuto assicurare ai ragazzi nel dopo scuola. Ero sicuramente arrivato alla fine di un racconto della Seconda guerra mondiale visto che si parlava di bambini che giocavano attorno a bombe inesplose (se vedete una cosa che non capite cosa sia, chiamate subito aiuto) diceva il narratore di storie con grande enfasi. I ragazzini fecero un applauso al loro cantastorie (ogni tanto si lanciava canticchiando qualche pezzo musicale). Quella volta cantò “se potessi avere mille lire al mese” e i ragazzini pensarono che il vecchietto fosse appassionato delle Figurine Panini, visto che con Mille lire si compravano, nel 1974 500 bustine dei calciatori. Continuai nella passeggiata fino ad arrivare al capolinea di Via Lucera dove si trovava il tram 14 che mi avrebbe ricondotto a Termini.
LA GUERRA, L'AMERICANO, LA LIBERAZIONE Una mattina a Via Veneto tornai dopo una serie di consegne in serie negli alberghi vicini. Quella volta a badare al tutto c’era solo mia madre in quanto zio Pietro era impegnato a valutare un funerale che si sarebbe tenuto nella parrocchia di San Camillo in Via Piemonte (ovviamente mio zio si occupava di addobbi floreali e non di anime). A un certo punto si affacciò dinanzi al banco un signore di una certa età che si avvicinò a mia madre e sorridendo esclamò: Sig.ra Rina ti ricordi me? Mia madre squadrò l’interlocutore da capo a piedi con la consueta faccia da “impunita “che la contraddistingueva. “No, e tu chi saresti? “disse mia madre pronta a cacciare indietro il tipo. “Noi ci siamo conosciuti nel giugno del 1944 “. Disse il signore con un buon italiano anche se con accento americano. Vidi mia madre osservare a lungo l’interlocutore evidentemente sorpresa dalla rivelazione. Mia madre nel 1944 aveva 22 anni e il signore mostrava di avere un’età non troppo dissimile da quella. Gli Americani erano entrati a Roma in quell’anno, l’avevano liberata (in verità anche i partigiani avevano contribuito) e si era creata un’alchimia tra la cittadinanza e i liberatori d’oltreoceano. Il signore tirò fuori una foto, (stava per accadere qualcosa di sensazionale), e la fece vedere a mia madre, io intanto mi ero avvicinato per gustare meglio quella scena. In quella foto si vedeva mia madre, con lo sfondo del banco di fiori, con un paio di militari sorridenti con i loro 64 denti e si scorgeva da un lato anche la figura di Zio Miro che cingeva con il braccio uno dei militari americani. Vidi mia madre sorridere, evidentemente ricordava, e con uno slancio che non era solito, strinse la mano a quel signore che evidentemente le aveva fatto ricordare un momento felice. (Se non era felice la fine di una guerra!). Non ricordo se mia madre raccontasse a mio padre l’episodio. (Ma guarda che vado a pensare!).
LA SECONDA ATTIVITA' DI ZIO PIETRO Una volta mio zio Pietro decise di farmi conoscere dal vivo in cosa consistesse la sua seconda attività. Dopo essere passati a casa al Flaminio provenienti dal banco (quel giorno il banco era presidiato dalla mia famiglia con mio fratello che era stato iniziato a consegnare alcuni mazzi di fiori nei vicini alberghi). Ci dirigemmo con un bus a Piazzale Flaminio da dove partiva un collegamento speciale per l’Ippodromo Capannelle.
Una volta mio zio Pietro decise di farmi conoscere dal vivo in cosa consistesse la sua seconda attività. Dopo essere passati a casa al Flaminio provenienti dal banco (quel giorno il banco era presidiato dalla mia famiglia, con mio fratello che era stato iniziato a consegnare alcuni mazzi di fiori nei vicini alberghi). Ci dirigemmo con un bus a Piazzale Flaminio, da dove partiva un collegamento speciale per l’Ippodromo Capannelle. Si arrivava a Capannelle dopo circa 30 minuti, e poi mio zio, entrando dentro l’Ippodromo, mi raccomandava di non scommettere e di stare sempre vicino a qualche adulto. Lui “aveva da fare “in quanto era impegnato in situazioni assai delicate. Io sapevo cosa mio zio facesse a Capannelle e a Tor di Valle e me lo ero sempre tenuto per me. In sostanza quando gli scommettitori perdevano, mio zio guadagnava, e quando mio zio perdeva, gli scommettitori guadagnavano. Era un peccato veniale che non prevedeva il 41bis. Mio zio mi aveva presentato il suo socio “Spartaco” che, contrariamente al bellicoso nome, corrispondeva a una persona gentile, educata, insomma, d’altri tempi. Quella volta mi aggirai per l’Ippodromo conscio di star scoprendo qualcosa di inusuale, cosa avrei raccontato ai miei amici di Brindisi, “Aho so’ stato a Roma e ho scommesso sui cavalli”. Non potevo essere credibile. I miei pensieri si interruppero quando vidi un tipo, ciccione, che mi fissava. Cominciai a girovagare per l’Ippodromo e scoprii che quel tipo mi stava seguendo. Andai avanti e indietro per l’ippodromo e quel tipo sempre alle calcagna. Allora decisi che era arrivato il momento di avvisare Zio Pietro. Beccai mio zio mentre stava parlando con un suo cliente e gli raccontai quello che stava succedendo. Il tipo si era fermato a debita distanza e sicuramente ci stava osservando. “Non ti preoccupare è un pederasta “. Confesso che mio zio non aveva filtri e che aveva lanciato un messaggio a quel tipo: “Come te movi te furmino” . Il tipo scomparve e noi ce ne potemmo andare verso casa festanti (Mio zio aveva vinto). Ai moralisti dico: “Le colpe degli zii non devono ricadere sui nipoti “. E comunque è stata una bella esperienza.
LA BICICLETTA DI VIA LUDOVISI A Via Veneto e a Via Ludovisi sono stati girati decine di scene di film a cominciare dagli anni ’40 del 900. Chi non ricorda Sciuscià e le scene girate a Via Veneto, con il cavallo che passa presso Porta Pinciana. In particolare, mio zio viene ripreso, suo malgrado, in una scena del “Conte Max “con Vittorio De Sica e Alberto Sordi. Il banco dei fiori viene ripreso anche (chiuso) nel film “Le notti di Cabiria”. Lo scenario attira registi e autori di tutte le nazionalità. Stiamo parlando della strada della dolce vita. Nel 74 arrivò in Via Ludovisi una troupe di tedeschi che avrebbe dovuto girare una scena di un film ambientato nella Seconda guerra mondiale. La scena di svolgeva nel 1944. Non so quale fosse il titolo e non credo che il film abbia mai visto le sale italiane cinematografiche. Fatto sta che ci fu un ciak che rivelava un’auto che si fermava dinanzi l’Hotel Savoia in Via Ludovisi. Il contorno prevedeva un certo numero di comparse su biciclette che erano state sbarcate da un camion qualche minuto prima. Anche quel giorno a badare al banco c’era mia madre e io arrivavo da una consegna nella zona nord di Roma. La scena del film terminò e gli inservienti iniziarono a caricare sul camion tutti gli oggetti di scena, tra cui le biciclette in stile anni Trenta che avevano fatto da corollario alla scena appena girata. Fatto sta che nel camion fu caricata anche la bicicletta di mio zio che era parcheggiata accanto al muro della libreria Rizzoli. A un certo punto vidi mia madre scattare come una sprinter (mia madre era del ’22) verso Via Boncompagni dove il camion dei tedeschi si era diretto. All’altezza di Via Lucullo una signora rispondente ai connotati di mia madre, si sbracciava per riavere indietro la bicicletta del fratello. I militari a servizio dell’ingresso all’ambasciata americana capirono che la signora diceva il vero. La Bicicletta fu restituita, con tante scuse, e continuò a essere visibile nella Via Ludovisi dinanzi la libreria Rizzoli.
LA RIFORMA TRANVIARIA DEL 1930 Vale la pena di dedicare un capitolo per spiegare i motivi che mi inducono nella quasi totalità dei casi a partire dal 1930 per l’origine delle linee.
PRIMA DELLA RIFORMA Ma cosa succedeva in ambito trasportistico prima della riforma a Roma?
UN POMERIGGIO A VIA VENETO I personaggi che negli anni ’70 arricchivano Via Veneto erano figli della Dolce Vita di dieci anni prima: I paparazzi, il lustrascarpe che dinanzi il banco di fiori continuava a lucidare le calzature di tutti (aveva un’ape che parcheggiava all’angolo tra via Veneto e Via Boncompagni che oggi sarebbe stata portata via per motivi di sicurezza), le prostitute che venivano a prendere i fiori che raccontavano le vicissitudini con i clienti. “Aho’ guarda che c’è il regazzino ( il “regazzino” ero io) diceva mio zio alla signora di turno. Scusa “Sor Pie’ “non l’avevo visto. Mia zia diceva che Via Veneto era morta (diceva così anche di Viale del Vignola e anche di ciascuna zona di Roma frequentata). Quel pomeriggio c’era una troupe che stava per girare uno spot per la Coca Cola. A un certo punto tutte le comparse (saranno state le tre del pomeriggio) si fermarono e occuparono tutta la Via Ludovisi con il loro cestino del pranzo. Una delle comparse chiese di sedersi in una delle sedioline del banco di fiori e cominciò a parlare sul cinema, sulla TV e sulle condizioni delle comparse. Pensai che nella città dove ero nato il cinema e la TV avessero uno spazio fenomenale e che ci trovassimo in una Hollywood de Noantri, non troppo distante dai fasti americani. Io non so se quella comparsa abbia avuto in seguito successo, certo è che Roma, come diceva qualcuno, era un set a cielo aperto. Fu ripetuta non so per quante volte quella scena in cui si vedeva un tipo che scendeva da Via Veneto, lato Cafè De Paris, e faceva lo slalom fra le persone e poi fissava una persona ferma al semaforo. Non capivo cosa significasse quello spot e non lo capisco adesso.
ALLA CLINICA SAN DOMENICO Mia zia Lina fu ricoverata a luglio avanzato per l’operazione alla retina, ci sarebbe rimasta per una decina di giorni e poi avrebbe trascorso la convalescenza nella casa di Ostia. Un pomeriggio io e mio padre andammo a trovarla presso la Clinica San Domenico che si trovava in Piazza Sassari nei pressi del Policlinico. La clinica non era grandissima ed era strutturata in modo tale che ciascun paziente avesse la miglior privacy possibile. Quel pomeriggio (rimanemmo un paio d’ore) io non vidi altri pazienti ricoverati nella struttura per cui pensai che quella fosse più vicina ad una residenza piuttosto che a un luogo dove si curavano le persone. L’ operazione alla retina costava “un occhio della testa “e allora “che si operava a fare” aveva detto mio fratello che, spesso, mostrava di avere un senso dell’humor piuttosto tendente al nero. Dalla sala d’aspetto al primo piano si vedevano benissimo i binari dove passava il tram 29 verso il Verano, l’autobus 30 verso Piazza Ungheria e la nuova linea tram 19 che era stata istituita da pochi giorni e che faceva capolinea lì vicino a Piazza Galeno. Nella sala la mia attenzione si divise tra un libro “la Bibbia narrata ai bambini” messa lì sul tavolinetto e la finestra da cui si vedevano i tram passare. Decisi che avrei letto il libro vicino alla finestra in modo da non potermi negare dal vedere il passaggio dei tram Stanga che erano impiegati nel 29 e nel 19.
OSTIA PONENTE C’è un detto che dice che chi non entra nel carcere di Regina Coeli non sia un vero romano. Preferisco pensare che un vero romano si veda se ha legami con il quartiere marino di Roma (Ostia) o con i bellissimi borghi dei Castelli Romani. Tra mamma e zii i requisiti erano rispettati. Quello stesso pomeriggio della visita a Zia Lina, con la 128, ci recammo alla volta di Ostia (avremmo dormito lì) per prendere possesso e visionare il lavoro che c’era da fare. Dalla clinica a Ostia indirizzai mio padre verso il Verano e Viale Scalo San Lorenzo dove era in costruzione la sopraelevata che sarebbe stata inaugurata l’anno dopo. Quando indicavo le strade a mio padre non sempre prendevo la strada più breve perché magari ero interessato a risolvere qualche mistero trasportistico. Mio padre se n’era reso conto ma non protestava perché sapeva che io mi sarei potuto vendicare facendolo passare per i Castelli per arrivare a Ostia. Decisi che avremmo fatto la Via Cristoforo Colombo (normalmente per arrivare a Ostia si faceva la Via del Mare) in quanto ero deciso a vedere gli autobus dell’Atac percorrere il lungomare perché questo avveniva solo in estate. Dopo aver percorso tutto il lungomare di Ostia dalla Rotonda di Piazzale Cristoforo Colombo allo stabilimento “Le Lampare” arrivammo a Via Delle Triremi e al parcheggio della piazza sottostante il palazzo dove era l’attico La casa era stata acquistata da poco ed era un bicamere con terrazzo al quinto piano di uno stabile che dava su Piazza Marco Vipsanio Agrippa. Il nome della piazza l’ho riportato per esteso perché esiste a Roma un’altra piazza che si trova a Montesacro cioè a circa 35 chilometri da Ostia: Piazza Menenio Agrippa. Se qualcuno, magari a Termini, entrasse in un taxi e volesse essere portato a Piazza Agrippa farebbe meglio a indicare anche il Lido di Ostia perché potrebbe ritrovarsi a Montesacro nella caratteristica piazza da cui si entra nella “città giardino”. Dal terrazzo di casa si poteva vedere per intero la piazza (un tantino trascurata) e la fine di Corso Duca di Genova, si potevano vedere anche i palazzoni popolari di Via della Corazzata da poco ultimati e la strada vicinale di Via dell’Appagliatore che arrivava in rettilineo fino alle rive del Tevere. Si poteva vedere anche la targa di Via dell’Idroscalo strada che conduceva alla foce del Tevere e dove, l’anno successivo, ci sarebbe stato l’assassinio di Pierpaolo Pasolini. Dall’attico non si poteva vedere il mare se non un piccolo spicchio affacciandosi da un angoletto.
Mio padre fece la lista di tutte le cose che dovevano essere fatte fra interventi all’impianto elettrico, all’ impianto idraulico e soprattutto un intervento alla ringhiera del terrazzo che era troppo bassa per la garanzia di sicurezza principalmente in caso di presenza di bambini. A distanza di decenni da quei lavori la ringhiera che mio padre costruì (con tanto di uso di macchina saldatrice) è ancora visibile ai giorni nostri dal basso e non è stata mai sostituita nonostante il cambio continuo dei proprietari dell’appartamento. Il giorno successivo uscimmo presto dall’ appartamento mio padre per andare a rifornirci al ferramenta al centro di Ostia e per accompagnarmi alla Stazione Lido dove avrei preso il treno o la metro per il centro di Roma. Mio padre lo avevo lasciato in buone mani perché per tornare in Piazza Agrippa avrebbe dovuto soltanto percorrere il lungo rettilineo di Corso Duca Genova senza pericolo che si perdesse.
PASSEGGIARE PER ROMA Le passeggiate che io facevo per Roma non erano frutto di improvvisazione ma erano il risultato di una programmazione effettuata nei mesi precedenti il mio arrivo a Roma. Durante i mesi invernali e primaverili, quando ero a scuola a Brindisi, acquistavo il quotidiano “Il Messaggero” che manteneva, anche edito in altre città oltre Roma, la cronaca della città con l’interessantissima voce dai quartieri che erano trafiletti che, tra l’altro, indicavano anche misure di carattere trasportistico su provvedimenti riguardanti il trasporto pubblico. Annotavo le misure prese e poi avrei constatato di persona, una volta a Roma in estate il provvedimento. Ad esempio, avevo annotato che il 28 barrato era stato prolungato in Viale Isacco Newton una strada nuova in una zona al Portuense in espansione. Il 38 barrato era stato prolungato a Piazza Filattiera al Nuovo Salario (in verità fu a giugno, quando ero già a Roma). Il 61 e 63 (non quello attuale, ex 56) prolungati in Via dei Monti Tiburtini in zona Pietralata e poi in Via Fiorentini. Istituzione della linea tangenziale 391 a Roma Nord.
MIO CUGINO VIRGILIO, LA MOGLIE E MONTEVERDE NUOVO Mio cugino Virgilio aveva una ventina d’anni più di me cioè un’età da padre ma che si comportava come fosse un fratello maggiore cioè in maniera antipatica e saccente con il vizio di far pesare la sua esperienza contro di me (giuro che io non si sono mai comportato così con mio fratello …. Almeno credo). Mio cugino Virgilio aveva studiato presso il Collegio San Giuseppe di Piazza di Spagna e poi si era laureato all’età di 22 anni in legge. Era con evidente ragione un orgoglio della famiglia ed era ammirato da tutti ed io stesso, nonostante tutto, ritenevo che meritasse tutta la stima possibile. Lavorava come funzionario presso l’Istituto Commercio Estero all ‘EUR e aveva la capacità, la domenica, di alzarsi dal letto dopo mezzogiorno. Un giorno (nel periodo in cui abitavo con i miei zii) il cugino si alzò alle 8.00 di mattina nonostante fosse domenica. Io ero abbastanza stupito da questa cosa e scoprii subito che era stata mia zia a pregarlo di portarmi fuori a giocare a pallone per farmi divertire un po’. Andammo con la sua 600 a Villa Glori e ci scambiammo alcuni lanci con il pallone. Ero abbastanza stupito di questo slancio di generosità di mio cugino che si era immolato per far divertire il proprio cugino bambino. C’era la fregatura! Dopo 10 minuti (dieci) di gioco del pallone mio cugino disse che ci dovevamo avviare. Arrivammo in Piazza Euclide dove era in attesa una ragazza vicino ai portici che mostrò immediatamente di essere in gran confidenza con il cugino. Ebbene prima di ogni altro componente della famiglia avevo conosciuto quella che sarebbe diventata la compagna del cugino con tanto di prole al seguito. Con una richiesta di non proferire parola a mia zia i due piccioncini mi portarono al Giardino Zoologico che, tutto sommato, salvò il divertimento mattutino della domenica. Dopo qualche mese, i due convolarono a nozze e andarono ad abitare in un bellissimo condominio di Viale dei Colli Portuensi a Monteverde Nuovo.
IL PORTUENSE Molte volte con mia zia ero stato in Viale Colli Portuensi nella casa in un elegante condominio dove lei assolveva al ruolo di nonna baby-sitter nei confronti della bimba dei due coniugi. Prendevamo il 39 fino a Piazza Cavour e lì al capolinea ci aspettava il 28 barrato che ci avrebbe condotto in Via di Monteverde all’angolo coi Colli Portuensi.
IL NUOVO SALARIO ARRIVA A FIDENE Quell’anno, a giugno, il 38 barrato fu prolungato dalla zona Conca D’oro a Piazza Minucciano. Era doveroso trovare un pomeriggio (fu trovato a luglio) per andare ad esplorare quel quartiere che aveva visto da poco il crescere e il moltiplicarsi di varie palazzine. Da Via dei Prati Fiscali, importante arteria che dalla Salaria arrivava a Monte Sacro alto, si saliva sui colli del Salario fino ad arrivare a una deliziosa piazza che rappresentava il nuovo capolinea del 38 barrato. Il quartiere era molto attraente grazie alle strade larghe e alla cubatura non elevatissima delle palazzine. Mi accorsi che erano in costruzione delle abitazioni verso nord e dopo aver consultato la piantina della Lozzi che avevo sempre con me (Roma dentro il GRA) mi resi conto che eravamo vicini all’abitato di Fidene località che si raggiungeva solo percorrendo la Via Salaria e girando a destra sovrappassando la ferrovia per Firenze. Immaginai che di lì a poco ci sarebbe stato il matrimonio tra il Nuovo Salario e Fidene un centro che duemilasettecento anni prima circa cessava di essere sotto l’influenza etrusca e entrava a far parte di quella romana. Secondo la leggenda fu Romolo che riuscì in questa impresa. Passarono secoli affinché la città etrusca che nel frattempo era divenuta borgata tornasse ad essere un tutt’uno con la città e, parte del merito, fu proprio del 38 Barrato.
MONTI TIBURTINI E SDO La Via dei Monti Tiburtini era un’arteria fondamentale in quello che sarebbe dovuto diventare SDO (Sistema direzionale orientale). A Roma si era deciso che lo sviluppo della città avrebbe dovuto essere a est e lo SDO doveva essere il trampolino di lancio di questa trasformazione. Si era passati dallo sviluppo verso il mare di passata memoria allo sviluppo verso oriente di tutto ciò che fosse l’apparato politico e produttivo della città. I prolungamenti delle due linee rientravano nell’ ottica dello sviluppo della zona. Stiamo narrando fatti del 1974 e dopo circa cinquant’anni (il momento in cui scrivo) il 61 continua a percorrere Via Dei Monti Tiburtini in mezzo a un semideserto con un ospedale da un lato (il Pertini) e terreni incolti dall’altro con prospettive di nascita di un nuovo stadio di calcio.
LE LINEE TANGENZIALI Il quotidiano “Il Messaggero” aveva il merito di essere il luogo dove potevo trovare notizie su trasporti pubblici romani. Più di una volta gli articolisti si erano spesi nel presentare un progetto dell’Atac che prevedeva il nascere di alcune linee dette “tangenziali” che avrebbero rotto il monocentrismo della rete romana dei bus. Per andare da Montesacro in Prati non si sarebbe dovuti passare più nel centro ma ci sarebbe stata una linea che avrebbe assolto l’impegno.
LA CAMPAGNA ROMANA Capitò che mia madre una mattina di luglio prendesse una serie di ordinazioni per delle ville che si trovavano a Roma Ovest sulla Via Boccea. Era una serie di consegne che avrebbe occupato tutta la mattina. Dovevo arrivare in una villa ubicata in zona Testa di Lepre, poi a Santa Maria di Galeria verso la Via Braccianese e infine verso il mare in un punto denominato “Passo Oscuro”. Non ero mai stato in quelle zone ma dalla mia avevo una guida che avevo comperato presso una casa editrice sita a Monteverde Vecchio in Via Francesco dell’Ongaro denominata “Visceglia “. Mi ero presentato qualche tempo prima dopo aver preso contatti con qualcuno che aveva in edizione delle bellissime piante di Roma e di città di tutta Italia. Ero stato finanziato da mia Zia Lina che ancora ricordava il terno secco di Viale del Vignola. Io avevo trovato una pianta della città che comprendeva tutto il comune di Roma con tutte le sue frazioni più lontane come le frazioni di Fiumicino, Fregene e Palidoro. Fu una sorta di gita nella campagna romana percorsa su un motorino 50 su strade bellissime con tante curve e valli senza un grande traffico. Mi diressi verso il mare verso Passo Oscuro dove consegnai un bel mazzo di fiori con relativa mancia estremamente generosa. Il ritorno verso il centro di Roma avvenne con deviazione verso il litorale di Fregene e poi sulle vie di Maccarese verso l’Aeroporto di Fiumicino e verso il Viale Coccia di Morto che mi avrebbe portato a Fiumicino. Da Fiumicino presi la Via Portuense e arrivai fino a Porta Portese (ne avevo fatto di chilometri). Quella parte di Roma ricadeva per buona parte nella quattordicesima circoscrizione con Fiumicino come principale centro. Nel 1992 gli abitanti di quella circoscrizione decisero che si dovevano costituire in comune autonomo e questo determinò, anche dal punto di vista trasportistico, una separazione radicale tra Roma e Fiumicino. Il giorno dopo ci sarebbe stato il mercato di Porta Portese.
UNA PASSEGGIATA A CASAL PALOCCO Una delle ultime passeggiate con i mezzi pubblici che feci nel mese di luglio fu in direzione di Casal Palocco. Per arrivarci si poteva prendere la metro oppure il trenino da Porta S. Paolo e scendere ad Acilia e prendere lo 08 che arrivava all’interno del quartiere. In verità c’era un altro modo per arrivare a Casal Palocco e cioè prendere un collegamento di tipo extraurbano gestito della STEFER che partiva da Eur Fermi ma era questa una soluzione che detestavo, anche in virtù del fatto che un percorso interamente nel Comune di Roma era gestito da una linea di tipo extraurbano. Lo 08 era gestito con minibus e si prendeva su Via di Acilia. Occorre dire che nel giro di pochi minuti quel mezzo passava da un abitato non dissimile dalla classica borgata romana a un tipo di quartiere che a Roma non si era mai visto. Le strade erano piene di verde, di alberature, di sentieri lastricati, di giardini con all’interno ville, villini splendidi. Avevo visto qualcosa del genere in qualche film ambientato in America. Quando qualche anno dopo andai per la prima volta a Londra riconobbi in tanti quartieri periferici il nostro Casal Palocco. Se per i più il quartiere lungo la Colombo può essere definito “come quelli che ci sono a Londra”, per me il confronto si rovesciava: a Londra c’erano zone come Casal Palocco. Devo dire che fu una bella scoperta e spesso ci tornai in quell’ estate sia in bicicletta che con i mezzi pubblici provenendo da Ostia.
LA FESTA DE' NOANTRI Nel 1974 a Roma le iniziative estive di svago erano estremamente limitate. L’estate romana doveva ancora arrivare, e arriverà soltanto due o tre anni dopo. Il 26 luglio c’era la ricorrenza di Sant’Anna e al banco di fiori erano arrivate ordinazioni per fiori destinate ad Anna, Annamaria, Nannina, Marianna, Annina, Annetta, Ninetta e via discorrendo. Al solito i chilometri che percorsi in quei due o tre giorni a ridosso della ricorrenza furono parecchi. Il grosso delle consegne era come al solito a Roma Nord con un bilancio scadente di mance. Quei giorni raggiunsi il record di consegne nelle zone più periferiche di Roma Nord fino ad arrivare a una via che si chiamava Quarto Annunziata (una villa enorme) e ai comuni limitrofi di Roma come Formello. Ebbi un riconoscimento ufficiale da parte di Zio Pietro con una banconota da 5000 lire e con un encomio ufficiale dinanzi ai miei genitori: “Vanni è ‘na forza”. In quel periodo si svolgeva a Roma a Trastevere una festa rionale molto sentita anche grazie agli omaggi a Santa Maria in Trastevere. Processioni, bancarelle e spettacoli teatrali si svolgevano nel rione più caratteristico di Roma. Gli spettacoli teatrali si svolgevano in Piazza Anicia nella zona sinistra di Trastevere. Gli spettacoli erano curati dalla compagnia di Anita e Checco Durante che offrivano un bellissimo teatro dialettale. Una sera decidemmo di andare a vedere uno spettacolo teatrale a cui mia madre e mio fratello decisero di non partecipare. Mio padre e io decidemmo di andare ugualmente senza prendere la 128 in quanto avremmo avuto problemi a trovare posto nei dintorni di Trastevere. Prendemmo il 95 in Via Flaminia e scendemmo dinanzi l’anagrafe in Via del Teatro Marcello per poi dirigerci a piedi verso l’Isola Tiberina superarla e arrivare in Piazza Anicia.
Lo spettacolo teatrale dei Durante fu un trionfo, vedevo negli occhi di mio padre la soddisfazione di una persona che aveva assistito a una performance maestosa di teatro. Dovevamo tornare al Flaminio e allora feci conoscere al genitore la utilità del servizio notturno della città Credo che mio padre mi considerasse una sorta di marziano in quanto lo stavo conducendo senza esitazioni verso la fermata della linea notturna della circolare che ci avrebbe condotto in Viale Belle Arti. Il 29 ci portò in Viale Belle Arti e non ricordo se prendemmo la linea notturna “1” per una fermata o ce la facemmo a piedi fino a Viale del Vignola.
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Ultimo aggiornamento: venerdì 09 ottobre 2026 |
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