| . |
|
|
|
La storia del trasporto pubblico di Roma raccontata con passione e per passione. Sito fondato da Vittorio Formigari, online dal 1999 |
| . |
| . | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Ricordi e nostalgia |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
A ROMA UN'ESTATE |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
di Giovanni NapolItano |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
SETTEMBRE 1974 |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
RITORNO AL FLAMINIO La mattina successiva molto presto (domenica primo settembre) mio padre e io scendemmo in strada e constatammo che la pioggia aveva lasciato delle pozzanghere enormi in strada e sui marciapiedi. Mio padre si diresse verso la 128 per avvicinarla al vialetto d’ingresso del palazzo mentre io mi apprestai a verificare le condizioni del motorino che era stato alla mercè della pioggia nonostante fosse stato parzialmente protetto dalle sporgenze della tettoia del palazzo. Il motorino si accese al primo tentativo segno che la candela era stata protetta dalla pioggia. Alle nove partimmo alla volta di Viale del Vignola, mio padre, Lina, Marcella, mio fratello, il bagagliaio pieno e me con il motorino e un paio di pacchi contenenti stoviglie, padelle e posate varie. Ci fermammo al benzinaio al centro di Ostia aperto, proprio di fronte l’inizio delle due consolari parallele. La SS8 Via del Mare e la SS8bis Ostiense erano le due uniche strade statali a correre interamente all’interno di uno stesso comune. Dopo aver fatto rifornimento dissi a mio padre che io avrei percorso la Via Ostiense (non si poteva altrimenti) mentre lui avrebbe percorso la Via del Mare. Se, infatti, si fosse accodato a me avrebbe rischiato di rallentare il traffico. Avevo paura che se avessi corso avrei potuto danneggiare le stoviglie sulla cesta (mi sembra che ci fossero preziosi servizi per gelato, per fragole e addirittura per melone secondo il design più in voga negli anni ’70). Dissi a mio padre che il primo che fosse arrivato avrebbe aspettato l’altro subito dopo il ponte di Viale Marconi quindi a circa 20 chilometri da dove ci trovavamo. Andai a una velocità, credo, non superiore ai 40 km orari. Il motorino doveva avere avuto qualche “ritocco” al motore in quanto mi sembrava a volte correre un po’ troppo. Dopo una mezz’ora arrivai al punto stabilito di Via Ostiense dove era in attesa la 128 quindi proseguimmo sul rettilineo lascandoci a sinistra la Basilica di San Paolo fuori le Mura e arrivati all’altezza dei Mercati Generali svoltammo a sinistra per immergerci nel rione Testaccio dove avremmo lasciato a casa Zia Marcella. A questo punto decisi di passare i pacchi delle stoviglie nel posto lasciato libero da zia Marcella. Iniziammo a percorrere il lungotevere e, complice la giornata festiva, arrivammo in poco tempo all’altezza del Ministero della Marina e qui con due o tre cenni eloquenti feci sapere a mio padre che io avrei girato a destra per Viale Belle Arti mentre lui doveva proseguire dritto per Lungotevere Flaminio fino ad arrivare in Viale del Vignola. Viale Belle Arti era una strada che lambiva Villa Borghese e il bellissimo Museo Nazionale Etrusco e proseguendo arrivava ai confini del Giardino zoologico (oggi Bioparco). Ricordo questa strada sempre percorsa da tram come anche ai giorni nostri. Dinanzi la Galleria di Arte Moderna si apriva a destra Viale Omero che in leggera salita portava verso il cuore di Villa Borghese a due passi dal Giardin del Lago. Questa era una scorciatoia per i taxi (e per i motorini che osavano) per arrivare a Porta Pinciana evitando il periplo di Villa Borghese. Percorsi questo tragitto (anche perché il motorino non aveva targa) per arrivare prima in Via Veneto. Zio Pietro aveva preparato alcuni mazzi di fiori da portare in zona tra cui alcuni all’Hotel Imperiale in fondo a Via Veneto. Quella mattina effettuai consegne solo in zona e una anche in Via Lucullo presso il ristorante “Giggi Fazi” che aveva una pubblicità presente in tutto il quartiere con lo stemma della Lazio. Alle 13 ero dinanzi al banco di fiori presenti 2 mazzi di gladioli e 3 di Primavera. Anche quel giorno c’era stato il tutto esaurito. Portai il motorino nel ricovero del portone di Via Ludovisi che lo accoglieva e lo riparava dalle intemperie. In quel giorno io e mio zio ce ne tornammo insieme dopo aver abbassato le saracinesche del banco di fiori ancora orfano di steli e pistilli. In quel pomeriggio di settembre la famiglia di Mia madre e quella di mio zio fu finalmente unita sul balcone di Viale del Vignola 39. IL GIARDIN DEL LAGO Esisteva un luogo magico per mio padre, che lo aveva sempre affascinato fin da quando era arrivato a Roma la prima volta. Era il Giardin del Lago a Villa Borghese, un posto dove le coppiette si davano appuntamento e dove le baby-sitter accompagnavano i pargoli a prendere un po' d’aria e a giocare con le paperelle. Villa Borghese aveva dei luoghi iconici per grandi e bambini come il Giardino Zoologico, Piazza di Siena, il Pincio, la Galleria Borghese e il trenino che girava per tutta la Villa. Villa Borghese era anche un viale in cui i taxi risparmiavano tempo per andare dal centro storico ai quartieri a nord della Capitale, dove erano state instradate le linee autobus dell’ATAC e dove ogni tanto passavano i motorini come il mio per far arrivare i fiori a Roma Nord. Due o tre giorni dopo il ritorno a Roma arrivai a tutta velocità da Via Veneto al piazzale di fronte alla scalinata dinanzi la Galleria Moderna. Vidi mio padre parcheggiare la 128 sulla piazza. Mi fermai e gridai “A Papà”. Mi venne in mente l’uscita da scuola a Brindisi quando mi recavo al porto accompagnando i miei compagni di scuola diretti al Rione Casale con la Motobarca. Incontravo mio padre ai tavolini del Bar Ausonia insieme ai suoi amici e gridavo “Ciao papà “con un saluto di risposta. Mio padre mi disse: “sto andando al Giardin del lago”. Lo salutai e mi diressi verso la discesa verso Viale Belle Arti e verso Viale Tiziano. Mio padre al Giardin del Lago si fumava una bella sigaretta di nascosto a mia madre che diceva: “Non devi fumare perché nun vojo rimanè vedova”. LA 600 E IL LAGO DI BRACCIANO Zia Lina aveva la patente B ma per ovvie ragioni era da tempo che non guidava. Era presente anche una vettura, una 600 D del 1967 parcheggiata sotto i platani di Viale del Vignola che negli ultimi 2 mesi era stata tenuta in vita da mio padre che ogni tanto accendeva il motore e, addirittura, si faceva un giretto onde evitare che la batteria si scaricasse. Quel secondo giorno di settembre mia zia Lina espresse il desiderio di farsi un giro con la 600 e, magari, di guidarla per un po'. Mentre mi accingevo ad uscire per andare a Via Veneto percepii che ritornando all’ora di pranzo avrei potuto proporre una gita in un posto da cui mancavo da tempo. A Via Veneto il primo giorno di rientro dalle ferie (per gli altri) fu abbastanza tranquillo. Consegne in serie all’Hotel Imperiale che si stava guadagnando la palma del primo Hotel per numero di consegne della zona di Via Veneto. Poi una capatina all’Hotel Ambasciatori e una al ristorante dell’Hotel Regina in aiuto per la preparazione del centrotavola. In genere mio zio all’ora di pranzo andava al Cafè de Paris e dopo un’oretta tornava e io avevo da quel momento il pomeriggio libero. Mi precipitai al Flaminio con l’aiuto dell’8 barrato e del 67 e mi diressi al secondo piano senza prendere l’ascensore. Mi resi conto che non era stato deciso dove andare e quindi ne approfittai per gridare nel tinello dove Zia Lina, mio padre, mio fratello e mia madre stavano pranzando: “Andiamo al Lago di Bracciano? “. Mezz’ora dopo mio padre girava intorno la 600 mentre zia Lina e mio fratello attendevano di poter entrare in macchina. Mia madre aveva deciso di non venire anche perché attendeva una telefonata dalle sorelle che vivevano ai castelli. Io intravidi mio padre estremamente pensieroso mentre teneva lo sguardo basso verso gli pneumatici. Andammo a fare benzina al distributore che si trovava tra Viale Tiziano e Via Flaminia all’altezza di Viale del Vignola. Il modo migliore per immettersi sulla Via Cassia era quella di girare a sinistra su Viale Maresciallo Pilsudsky e di prendere gli svincoli della sopraelevata di Corso Francia che tagliava il Villaggio Olimpico quindi a sinistra sulla Cassia Nuova e quindi Via Cassia (su una via che abbiamo già percorso con il 201) fino alla Storta e quindi il bivio con la Braccianese a sinistra (naturalmente ero io a guidare mio padre fra panorami di campi verdi alla periferia di Roma) fino ad arrivare a una frazione di Roma chiamata Osteria Nuova. Svolta a destra su Via anguillarese e dopo un centinaio di metri …… bucammo.
Mentre aiutavo mio padre nel cambio della gomma mi resi conto che le sue perplessità erano di aver visto quale fosse lo stato degli pneumatici. Feci notare a mio padre che la ruota di scorta era più liscia di quella che si era bucata. “Lu sacciu, aggiu vistu, sciamu chiano”. (trad. lo so, ho visto, andremo piano). Quando mio padre parlava in dialetto (distante da Brindisi) doveva essere in crisi o, addirittura, arrabbiato. Ripartimmo dopo un po' e giunti più o meno all’altezza della Stazione di Anguillara Sabazia …. bucammo ancora. Mio padre accostò e sceso dall’auto cominciò a far uscire dalla bocca una serie di improperi che io stentavo a capire (pur conoscendo il dialetto brindisino). Zia Lina mi guardò e io alzai le braccia come per dire “non so quello che sta dicendo”. Riconobbi alcuni termini di origine spagnola (muerto = morto) o di origine greca (Crai = domani). C’erano sicuramente le origini più antiche delle bestemmie brindisine e a un certo punto pensai che mio padre avesse dato fondo anche al vocabolario messapico. (I Messapi erano un popolo italico che aveva abitato il Salento ancor prima dei greci). Mio fratello, che nel frattempo era rimasto in silenzio, a un certo punto esclamò: “Papà, papà un gommista!”. Mio padre e mia zia si avvicinarono all’officina a trecento metri dalla 600 sulla stradina che arrivava alla stazione. Il gommista doveva aver aperto quello stesso giorno dopo le ferie, quindi, era difficile che avesse delle gomme per la nostra 600. Vidi che indicava su un piccolo spiazzo una vecchia 600 parcheggiata a lato (600 B targata Roma 60). Credo il gommista stesse per fare un buon affare: vendere le quattro gomme della 600 a un prezzo di favore e certamente in condizioni migliori della nostra. Mio padre constatò che le gomme erano in buono stato e il gommista ci cambiò tutte e quattro le gomme a un prezzo non superiore al 30 per cento di quelle nuove e inoltre si raccomandò di effettuare quanto prima l’equilibratura e la convergenza. Tutto sommato la gita fu salva e ci scappò anche un gelato ad Anguillara Sabazia sulle rive del Lago di Bracciano SAN BASILIO Nei primi giorni di settembre le notizie che arrivavano da San Basilio non erano belle. Il Messaggero parlava di guerriglia e di persone in lotta per la casa. Nel 1974 gli ultimi rimanevano ultimi e non rimaneva loro che lottare per avere un tetto sulla testa. Un ragazzo che veniva da Tivoli, e che lottava con gli ultimi (militava in Lotta Continua) fu ucciso a San Basilio dalla polizia. Caruso viene ancora ricordato oggi. San Basilio rappresenta il fallimento di quella che fu la politica abitativa degli anni del fascismo e delle giunte democristiane nei confronti di decine di migliaia di persone che venivano dal centro di Roma deportate in periferia.
L'ORGANIZZAZIONE A SETTEMBRE Settembre arrivò portando una nuova organizzazione familiare. Per zio Pietro cambiò poco nel senso che continuò ad occuparsi del banco a tempo pieno e della seconda attività. Mia Zia iniziò a dare una mano al banco naturalmente facendo attenzione alla sua condizione post-operazione. Mia madre sostituiva il fratello quando questo mancava. Io continuai a stare in movimento la mattina e a fare spedizioni nel pomeriggio. Mio padre e mio fratello diedero una mano alle varie attività familiari e commerciali. Il calendario prevedeva che mio padre, mia madre e mio fratello ripartissero per Brindisi alla metà di settembre mentre io potevo rimanere a Roma fino alla fine di settembre in quanto a ottobre avrei iniziato il quinto ginnasio a Brindisi. Si rendeva quindi necessario provvedere a una risorsa che mi avrebbe dovuto sostituire nelle consegne e badato al banco in quei pomeriggi di assenza di mio zio. La risorsa si palesò intorno al 10 settembre e avrebbe seguito un breve corso di affiancamento alle mie attività e quelle di mio zio in modo che fosse pronto dalla metà di settembre periodo in cui mia madre sarebbe partita per Brindisi. La risorsa si chiamava Vinicio ed era nipote di un caro amico di mio zio (quello che ogni tanto lo sostituiva nell’ attività). Aveva un anno più di me e aveva la fortuna di avere un motorino Garelli 3 marce che gli permise di seguirmi nell’affiancamento che gli fornivo. Altre cose da espletare entro la prima quindicina di settembre erano anche le visite che mia madre aveva messo in preventivo ai Castelli per andare a trovare Irene e l’altra sorella più grande Lorenza che abitava ai castelli praticamente da sempre avendo contratto matrimonio in giovanissima età con un giovanissimo di Grottaferrata. Zia Lorenza e suo marito Cesare, in età ormai da pensione, avevano rilevato la gestione dell’edicola di Ponte Squarciarelli a Grottaferrata. Tale attività era esercitata insieme al primogenito Danilo in un punto estremamente centrale in prossimità della rotonda da cui si potevano raggiungere Frascati, Rocca di Papa e Marino. GROTTAFERRATA, SQUARCIARELLI, VALLE VIOLATA E LA RETE DEI CASTELLI Zio Pietro tornò dal Cafè de Paris dopo aver pranzato e mi portò un regale sandwich con insalata e roastbeef. Di lì a poco la 128 con papà, mamma e Massimo mi avrebbe raggiunto a Via Veneto per fare la visita ufficiale a Zia Lorenza e Zio Cesare a Valle Violata (frazione di Grottaferrata) in una zona collinare tra le più caratteristiche dei castelli romani. Il viaggio lo abbiamo già effettuato fino a Cinecittà, poi si proseguiva su Via Anagnina passando per Morena fino ad arrivare alle Catacombe ad Decimum. In questo incrocio si vedeva a sinistra l’arrivo del sedime tranviario della rete dei castelli. Il sedime era stato trasformato in corsia automobilistica proveniente da Grottaferrata. Si arrivava al Bivio di Grottaferrata, snodo iconico della rete dei castelli verso Frascati.
Arrivammo a Ponte Squarciarelli dinanzi l’edicola e l’acqua Acetosa di Grottaferrata. Nel momento in cui scrivo il nome “Squarciarelli” è ancora conosciuto soprattutto oltre oceano. La canzone di Renato Rascel “Arrivederci Roma” aveva fatto conoscere “i castelli” e il ristorante omonimo della località a tantissime persone in tutto il mondo. Devo confessare che la prima cosa che feci era verificare se in quella edicola fossero in vendita riviste... di una certa levatura. Credo che in tutta Roma l’unica edicola a non vendere fascicoli vietati ai minori fosse proprio quella. Dopo questa mia delusione (che tenni per me) ci avviammo verso la salita di Valle Violata verso Marino fino a svoltare dopo trecento metri a destra in una delle stradine caratteristiche del borgo. La casa trifamiliare era al centro di un bellissimo giardino con alberi da frutto a disposizione dei condomini mentre zia Lorenza aveva per sé uno spazio dinanzi l’ingresso della sua casa con una grande tavolata che lasciava presagire pranzi e cene tipiche dei Castelli con porchetta e vino a fiumi. Insomma, un posto da sogno! Nel pomeriggio si parlò di tutto quello che si poteva riguardo la famiglia di mia madre a cui, l’abbiamo capito, non mancavano certamente fratelli e sorelle. Zia Irene non era presente ma sarebbe stata raggiunta in un’altra occasione in una ulteriore sortita a Grottaferrata.
UN LEGAME CON GROTTAFERRATA Ricordo benissimo come familiari le linee che passavano in Viale del Vignola, quelle che passavano in Via Flaminia, quelle che passavano in Piazzale Flaminio e quella che all’inizio di Via del Corso arrivava al capolinea dei pullman per i Castelli. Ogniqualvolta si dovesse andare ai castelli si prendeva la celere D e si scendeva all’inizio di Via del Corso, dove si prendeva la celere M per arrivare al capolinea di Viale Carlo Felice, vicino San Giovanni. Nel 1968, quando a Roma frequentavo la terza elementare, spesso con Zia Lina si andava a Grottaferrata ma non per andare a trovare Zia Lorenza o Zia Irene, ma una signora che non ho mai capito bene chi fosse, forse una lontana parente di zio Pietro ma in qualche modo ignorata dal resto della famiglia. Si chiamava Ida, cioè Zia Ida come chiamavo tutti gli adulti che frequentavo all’epoca. Arrivavo con Zia Lina dinanzi al Metropolitan e dopo pochi minuti arrivava l’81 (normalmente una Lancia 718) che aveva una caratteristica particolare. Quando il mezzo partiva l’autista dopo aver preso velocità lasciava il piede dell’acceleratore e il mezzo cambiava marcia. Mi ero immaginato che quel tipo di mezzo avesse solo due marce. Era una caratteristica solo dei Lancia, mentre gli Alfa Romeo avevano un cambio marce ai lati del volante con una semplice asta che veniva spinta in avanti per cambiare marcia o indietro per ridurla. Inutile dire che facevo di tutto per trovarmi davanti ai lati del guidatore affascinato dai vari modi in cui si poteva cambiar marcia. Ci ritrovavamo in Viale Carlo Felice al capolinea per i castelli dove, oltre alla STEFER, c’erano anche altre aziende come la Zeppieri, che aveva una rete di linee in tutto il basso lazio. C’era una linea della Zeppieri che arrivava ad Artena passando per Grottaferrata, Squarciarelli, a sinistra verso Frascati e poi a destra per il bivio di Rocca Priora verso Artena. Mia zia Lina aveva un fiuto particolare per prendere il primo autobus utile per Grottaferrata e spesso si optava per la Zeppieri. Scendevamo alla fermata successiva a quella del centro di Grottaferrata e poi facevamo a piedi una stradina che arrivava a una residenza per anziani, dove c’era Zia Ida sempre allettata e che ogni volta che mi vedeva sorrideva e mi dava una carezza. ZIA IRENE Nel 1965 c’era stato un matrimonio tra Irene e Adriano. Era un matrimonio fra persone mature che avevano deciso di trascorrere insieme l’età della maturità. Dopo il matrimonio avevano deciso di abitare in Viale del Vignola per assistere Nonna Maria. A settembre 1974 dopo la visita a Zia Lorenza si era deciso di andare a trovare Zia Irene e suo marito Adriano (Zio Adriano) che, dopo la morte di mia nonna Maria nel 1967, erano andati ad abitare prima a Velletri e poi a Grottaferrata in una villa tra le tante presenti in quella località. Zio Adriano era un provetto giardiniere e quindi curava una serie di ville a Grottaferrata dove aveva una residenza estremamente dignitosa nei pressi di una super villa. La strada dove abitava Zia Irene si chiamava Via Colle delle Ginestre e si incuneava verso la provinciale Frascati - Squarciarelli fra giardini e grandi Ville. Irene era la terzogenita di Virgilio e Maria e visto che il primogenito Pietro e la secondogenita Lorenza avevano messo su famiglia, era diventata il punto di riferimento della famiglia a partire dalla fine del 1939 anno della morte di suo padre e di una sorella (Mirta) e poi di un’altra ancora nel 1943 (Virginia) e ancora un lutto nel 1946 di un’altra sorella (Adriana). Irene era la capofamiglia sul campo quando dopo la guerra si riorganizzò la vita attorno al banco di fiori. Nonna, mamma e zia Irene andarono ad abitare in Viale del Vignola richiamati da Zio Pietro che aveva preso in affitto un appartamento in una bella zona di Roma Nord. Per arrivare a casa di Zia Irene quel pomeriggio di settembre del ’74 ci fu un piccolo problema in prossimità del Bivio di Grottaferrata. La fila faceva presagire un incidente all’incrocio con la provinciale Frascati – Grottaferrata. Avevo con me nella mia Tolfa la piantina dedicata di Grottaferrata (la Lozzi qualche anno dopo avrebbe pubblicato un atlante con tutte le planimetrie dei principali centri del Lazio). Consigliai quindi a mio padre di tenersi a destra e immettersi nelle stradine della parte sud di Grottaferrata che costeggiavano l’Abbazia di San Nilo. Arrivammo a una rotonda nel centro di Grottaferrata e svoltato a sinistra incrociammo l’Anagnina. Un pezzo di Anagnina e prima di Poggio Tulliano a sinistra nella salita di Via del Colle delle Ginestre. Mio padre in quell’ occasione si chiese dove avessi trovato il tempo per imparare le strade non solo di Roma ma anche di quelle dei dintorni. GIACOMO E SIDNEY Ricordo di agosto del ’65 molte cose come il matrimonio tra Zia Irene e Zio Adriano, la visita di Zio Giacomo con la famiglia (Gina e Paul) e la gita ad Amatrice (anzi a Preta). Zio Giacomo (quello dei marocchini) aveva preso la nave da Napoli agli inizi degli anni ’50 per trasferirsi in Australia e precisamente a Sydney. Poi lo avevano raggiunto alcuni nipoti (figli di Lorenza e Cesare da Grottaferrata) e avevano creato una piccola comunità di italiani nella terra dei canguri. Giacomo era in visita a Roma anche per partecipare al matrimonio della sorella. La moglie Gina era la classica mamma italiana che aveva seguito il proprio marito nelle avventure australiane. Il figlio Paul (nato a Sydney) era il cugino più vicino come età a me e mio fratello. Nel ‘65 io avevo 6 anni, mio fratello 4 e Paul ne aveva 9. Paul (detto Paolo) aveva una rassomiglianza incredibile con i bambini delle serie tv che venivano trasmesse negli anni ’60. Constatai che assomigliava al “Carissimo Billy” serie tv americana ma soprattutto al Caporale Rusty di “Rin Tin Tin”. Pensai che i ragazzini nati nei paesi anglosassoni fossero fatti su misura tutti con ciuffo all’indietro e con sorriso a 52 denti. Zio Giacomo era venuto in Italia portando un apparecchio di cui tutti noi avevamo sentito parlare ma che era un tecnologico ritrovato di quegli anni: il registratore a nastro. Zio Giacomo fece tantissime registrazioni, tra cui quelle a me e mio fratello incitandoci a dire le parolacce e facendocele riascoltare e provocando le proteste di mia madre e l’ilarità di Zia Lina. Giacomo, Gina e Paul ripartirono alla fine di ottobre del 1965 da Napoli in nave alla volta di Sydney e fu quella l’ultima volta che Giacomo fu visto a Roma. Qualche mese dopo (maggio 1966) arrivò la notizia che Giacomo era morto in un incidente sul lavoro a Sydney ucciso da un macchinario della fabbrica dove lavorava da una vita dopo essere giunto dall’ Italia dopo la guerra. Mia madre e Zia Irene istruirono me e Fabio affinché non dicessimo nulla di questo incidente a nostra nonna. Ricordo ancora Nonna Maria che ogni tanto diceva: “Ma Giacomo è tanto che nun se fa sentì. Ma com’è? “. Mia nonna morì nel giugno dell’anno dopo (1967) senza aver mai saputo che il figlio minore era morto più di un anno prima di lei. IRENE ED AMATRICE Zia Irene e Zio Adriano avevano da poco accompagnato Giacomo e famiglia alla nave al Porto di Napoli quando decisero di fare una capatina presso i parenti di Zio Adriano a Preta frazione di Amatrice. Partimmo una mattina accompagnati da un signore proprietario di una Giulietta rossa da Viale del Vignola alla volta di Amatrice. Ricordo che il viaggio fu abbastanza lungo attraverso una Via Salaria stretta e non molto trafficata con i cartelli che indicavano Rieti sempre più vicina. Dopo Rieti furono i cartelli indicanti Ascoli Piceno ad accompagnarci finché non arrivammo ad Amatrice. Da qui su una salita strettissima alla volta di Preta. Quest'ultima era una delle decine di frazioni che si trovavano nel comune di Amatrice. A occhio e croce il numero di abitanti di ciascuna frazione non poteva avere allora come oggi più di qualche decina di abitanti. L’abitato di Preta consisteva in un'unica strada non asfaltata lungo la quale si trovavano poche abitazioni. Ricordo di aver visto in quell’occasione soltanto una 600 e una 1100 parcheggiate ai lati di quell’unica strada.
Nell’agosto del 2016 Amatrice fu sconvolta da un terremoto che rase al suolo la città e buona parte delle sue frazioni. Tra queste anche Preta. La ricostruzione è sicuramente ricominciata anche se buona parte delle sue frazioni ancora risultano oggi in via di rinascita lenta IL PARCHEGGIO TAXI DI VIA LUDOVISI Dinanzi il banco di fiori era presente un parcheggio Taxi senza chiamata telefonica. Sito in zona strategica, era al servizio dei tanti clienti in visita a Via Veneto e dimoranti all’Hotel Excelsior. Quando serviva un taxi dall’Hotel Excelsior usciva un signore in livrea che con un fischietto metteva in allarme il parcheggio taxi di fronte. Allo scattare del verde il taxi si dirigeva verso l’ingresso dell’hotel pronto ad accogliere il cliente magari diretto all’Aeroporto di Fiumicino (un gran colpo) oppure a Piazza Di Spagna (‘na corsa persa). Il parcheggio poteva raccogliere fino a 10/12 vetture assieme rimanendo quello più affollato della zona. Non era raro che dinanzi il parcheggio si fermassero passanti in cerca di un indirizzo o di una strada. Quando si chiedeva un’informazione a un tassista scattava quello che poteva definirsi una richiesta a un gran maestro della conoscenza toponomastica capitolina. Ricordo dei consulti fra tassisti dinanzi a richieste di arrivo all’autostrada per Firenze. Chi diceva di percorrere la Via Salaria o chi consigliava il passaggio per Piazza Fiume e poi Via Nomentana fino al Raccordo. Le informazioni date erano comunque di competenti professionisti della città di Roma. Ricordo il passaggio da un turno all’altro che consisteva nella “Conta”. Alle 14 circa i tassisti del turno pomeridiano facevano la conta in Via Ludovisi per stabilire chi fosse il primo a posizionarsi dinanzi all’incrocio con Via Veneto.
L'ADDOBBO FLOREALE ALL'EDEN E LA METROPOLITANA IN SERVIZIO NEL 1980 Alla fine di Via Ludovisi esisteva un Hotel che aveva un prestigio (lo ha ancora) che era pari alla città di Roma; L’hotel Eden. Esso era un albergo cinque stelle lusso che era il vanto di Zio Miro in quanto alla presenza di addobbi floreali. In quella prima decina di Settembre Zio Miro coinvolse il fratello Pietro (e me) nel sopralluogo presso la prestigiosa Terrazza (un ristorante) all’ultimo piano della palazzina. Era previsto nel ristorante dell’Eden un pranzo estremamente importante (credo che fosse un incontro tra paesi dell’America Latina) . Il direttore del ristorante aveva chiesto a Zio Miro un consulto rispetto a degli addobbi particolari nel ristorante che esaltassero la magnifica vista che si apriva dalla Terrazza dell’Eden. Arrivammo Zio Miro, Pietro e il sottoscritto come grandi professionisti del fiore. Io fui presentato alla direzione come l’intellettuale nipote (lui studia dissero gli zii) che avrebbe preso nota degli addobbi da preparare. Presi nota di quello che serviva (il Block notes era in prima linea) grazie al consulto dei due fratelli che in quel momento consolidavano la loro unione di grandi fioristi del Rione Ludovisi. L’Hotel Eden sorgeva alla fine di Via Ludovisi all’angolo con Via Franceso Crispi, che scendeva verso Largo Tritone e verso Via Sistina. In salita verso Porta Pinciana c’era la Via di Porta Pinciana che da qualche anno ospitava il cantiere della Metro A. Che ci faceva un cantiere della metro in costruzione tra Piazza Barberini e Piazza di Spagna? In quel tratto accanto all’Hotel Eden c’era il punto in cui qualche decina di metri sotto sarebbe passata la metro proveniente da Piazza Barberini e che a Piazza di Spagna non passava sotto il tridente ma decisamente più a lato, e cioè sotto Villa Medici e comunque a profondità di sicurezza
L'AMICO DI PAPA' ALL'IDROSCALO Nei primi di settembre arrivò una telefonata in Viale del Vignola da parte di un amico mio padre di nome Cosimo. Era un signore che io avevo visto a Brindisi negli anni precedenti e che mio padre disse di essere un sindacalista socialista della UIL. Mio padre aveva amici tra Comunisti e Socialisti. Allora era abbastanza diffuso il fatto che ciascuno dichiarasse la propria appartenenza politica (in teoria). Non ricordo tante persone che si dichiarassero democristiani ma in realtà a ogni votazione la DC diveniva primo partito e l’MSI prendeva un numero di voti piuttosto alto. Insomma, sembra che democristiani e fascisti si vergognassero di dichiararlo. La telefonata arrivò quando avevamo smobilitato da Ostia. Cosimo aveva una piccola edificazione sul Tevere nei pressi dell’Idroscalo di Ostia con tanto di argano e bilancia. Cosimo aveva sposato in tarda età dopo essere andato in pensione una signora romana di Ostia che aveva una casina di legno molto simile a una palafitta da cui partiva una passerella che quasi entrava in acqua. C’era un argano a cui era agganciata una bilancia che, manovrata a mano, garantiva una riserva praticamente inesauribile di pesce a ogni alzata. Arrivammo in 128, mio padre me e mio fratello, nel primo pomeriggio di un buon settembre e ci addentrammo tra le vie e le case, molte abusive, che caratterizzavano l’Idroscalo. In quella via, lo abbiamo già documentato, arrivava lo 01 che faceva capolinea nella vicina Piazza dei Piroscafi. Il 2 novembre dell’anno dopo uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900 sarebbe stato trovato morto a poche centinaia di metri. Soltanto da quelle casine si aveva un panorama della Foce del Tevere sul Mar Tirreno. Cosimo ci disse che quando c’era Libeccio, quando cioè la corrente del fiume subiva un ostacolo, c’era il rischio di inondazioni che pregiudicavano la permanenza. C’erano decine di quelle casine che si vedevano sia sul lato sinistro del Tevere (dove eravamo noi) o sul lato destro dalla parte di Fiumicino. Inutile dire che mio fratello e me ci lanciammo nell’alzata della bilancia che ad ogni azione ci regalava dei pescetti che sarebbero finiti in pentola. Cosimo ci disse che quei pescetti non nuotavano in un’acqua più inquinata di quella del Porto di Brindisi, e quindi, opportunamente trattati, potevano considerarsi commestibili. La moglie di Cosimo ci offrì un ottimo gelato e giunti alla fine della giornata decidemmo di tornare a Roma. Cosimo ci offrì, inutilmente, un po’ di pescetti (ne avevamo pescati tanti) ma mio padre si rifiutò conscio del fatto che mia madre aveva vietato il pescato sulla tavola dopo la crisi del Colera che aveva colpito la Campania e la Puglia due anni prima. LA PARTENZA DELLA FAMIGLIA PER BRINDISI Era arrivata la metà di settembre e quindi la partenza di mio padre, mio fratello e mamma per Brindisi. Il viaggio prevedeva un itinerario abbastanza agevole grazie alla presenza dell’autostrada fino a Bari e di una superstrada sulla SS379 da Bari a Brindisi. I tempi di percorrenza erano fra le 5 ore e trenta e le sei ore tenendo conto che mio padre avrebbe tenuto una velocità di crociera intorno ai 120 KM orari con una sosta in un’area di servizio più o meno dalle parti dell’uscita di Benevento. Nel 1974 a chi partiva si chiedeva sempre “Telefonate quando arrivate” e anche quella volta mia zia Lina ricordò questo vecchia raccomandazione. Mio padre partì alle 7 in punto con in testa l’itinerario canonico Piazzale Flaminio, Via Veneto, Via Bissolati, Termini, Via Merulana, San Giovanni, Via Appia Nuova, Raccordo fino allo svincolo per l’A2 Roma Napoli. Io mi recai in Via Veneto per la solita mattina di recapito fiori, questa volta insieme a Vinicio, a cui avrei fatto conoscere gli alberghi vicino la Stazione Termini che insieme all’Imperiale stavano prendendo piede nella ricezione di fiori mandati dalle agenzie di viaggio. Credo che si fosse sparsa la voce che il banco di fiori avesse un’efficiente rete di consegna di mazzi di fiori per clienti delle agenzie di viaggio. Ricordo il “Nord Nuova Roma” (vicino la Casa del passeggero dove partivano i tram della STEFER) e altri alberghi come il Nizza. Con Vinicio tornammo in Via Veneto nel momento in cui era arrivata una telefonata da mio padre. Erano le 10 cioè l’orario in cui mio padre si sarebbe ritrovato più o meno a metà strada tra Roma e Brindisi. Zio Pietro mi passò la cornetta e mia madre dall’altro capo del filo mi disse: “Stiamo ad Anagni dal meccanico perché si è rotto qualche cosa. (‘na cinghia dice Sisino). (non era quella di distribuzione per fortuna) e quindi arriveremo a Brindisi non prima delle 8. I viaggi tra Brindisi e Roma e viceversa in automobile ne ricordo tanti uno differente dall’altro. Mio padre amava, e lo aveva fatto in varie occasioni, variare l’itinerario tra Brindisi e Roma. Ricordo il passaggio da Campobasso e un altro da Taranto e Potenza e un altro ancora attorno la Costiera Amalfitana e tutti con la mitica Fiat 500. Si partiva da Brindisi dal rione Paradiso e si girava a destra sulla SS379 assolutamente a due corsie fino ad arrivare a Bari e prendere l’autostrada per Canosa e quindi attraversare gli Appennini, tra cui la salita di Ariano Arpino fino a giungere ad Avellino e quindi in autostrada fino sull’ A2 fino a Roma. I tempi erano circa una decina di ore fino al Flaminio.
LA SORA NANNINA Se a Via Veneto per l’aiuto a mio zio Pietro c’era Vinicio a Viale del Vignola in aiuto alle vicende domestiche c’era la Sora Nannina. Veniva da Trastevere e aveva, credo, un’età più vicina agli 80 che ai 70. Partiva da Santa Maria in Trastevere e piano piano arrivava in Piazza Trilussa e quindi attraversava Ponte Sisto per andare a prendere le circolari o il 28 per arrivare al Flaminio. Entro poco le sarebbero state tolte le circolari che la portavano in Piazzale Flaminio o in Viale Belle Arti. Prendeva il 28 (o il 28 barrato) sotto i portici dinanzi Ponte Sisto e arrivava a Piazza Cavour dove avrebbe preso il 39 fino a Viale del Vignola. Per un trasteverino attraversare il ponte (fosse il Sisto o il Garibaldi o quelli dell’Isola Tiberina) equivaleva ad andare all’estero, in un altro paese. La Sora Nannina aveva aperto un capitolo che mi avrebbe fatto scoprire Trastevere attraverso i suoi abitanti storici, i suoi locali caratteristici e la sua cultura
UN POMERIGGIO A TRASTEVERE Un sabato pomeriggio sgombri di impegni floreali e della seconda attività Zio Pietro, Zia Lina e il sottoscritto si recarono nei pressi del parcheggio taxi di Via Fracassini. Arrivò un taxi che prontamente fermammo e il conducente gridò “A’ Sor Pie!”. Non era infrequente che un autista taxi riconoscesse er Sor Pietro di Via Ludovisi visto il parcheggio taxi di cui sopra. Eravamo stati fortunati perché il taxi ci avrebbe portato il più vicino possibile a Via dei Panieri dove era in programma una cena organizzata dalla Sora Nannina e dalle signore trasteverine guidate dal mito trasteverino Sora Idarella. Scendemmo dal taxi su Via Garibaldi dinanzi al ristorante “L’antica pesa” che non era però il luogo di ritrovo della cena. Percorremmo a piedi un pezzetto di Vicolo dei Panieri all’incrocio con Via dei Panieri ci si presentò la seguente scena. “Aho’ so rimasta chiusa de fora”. Disse la Sora Idarella. "E chiama Giulia (la figlia)“. Disse una signora di cui non conoscevo il nome. “Nun ce stà, è ita da Tutarella ar Tritone”. “Ma nun c’è Tiberio (il figlio che faceva il vetturino)? Disse la Sora Nannina che stava lì ad aspettarci. “Ma nun ce lo so n’do è ito “. Disse la Sora Idarella. “Aho’ sta arivà Settimio (il figlio che faceva il tassista) “. Disse la signora di prima. “A Settì ma cell’hai ‘na scala pe salì, so rimasta de fori”. “a ma’ nun ce stà . lo so”. Disse Settimio. “ma sei sicuro? “. Disse la Sora Idarella . “e so sicuro si che nun ce stà”, Rispose Settimio. La Sora Idarella si mise seduta su uno dei tavoli dell’Osteria di Olindo, dove era in programma la cena. “Ciao a Piè, ciao a Lì “. Disse la Sora Nannina appena ci vide. “Ma che è successo? “. Chiese zia Lina. È rimasta fuori di casa cò tutta la robba da magnà che sta dentro “. Rispose la sora Nannina. “E mò come se fà", disse un'altra signora che era sopraggiunta in quel momento. Capii che in quell’angolo tra Via Panieri e Vicolo dei Panieri erano presenti le “sore” che giocavano a tombola tutto l’anno, e che tutto l’anno erano una sorta rappresentazione della scenografia trasteverina. A un certo punto da un portoncino vicino uscì un signore con giacca e cravatta che si avvicinò alla Sora Idarella e chiese: “Signora Ida cosa successo? “. “E un giornalista inglese che abita qui”. Disse la Sora Nannina a Zia Lina. “So rimasta fori da casa, e mi fijia c’ha le chiavi ma nun la trovo, sta ar Tritone “. Disse la Sora Ida. “No si può telefonare?”. Ribattè il giornalista. “No sta da Tutarella ar Tritone, nun c’ha er telefono che è tirchia”. si lagnò Idarellla “O si trova soluzione o chiamiamo pompieri “. Disse il giornalista. “Fai fare me” Rientrò dentro casa e dopo un pò ritornò dalla Sora Idarella. “Chiamato Book shop (una libreria inglese) di Tritone, che conosce Tuturella e Giulia e perché stira camicie di tanti di Ambasciata”. La figlia della Sora Idarella stirava le camicie di una parte dell’ambasciata inglese vicino Porta Pia. Dopo un’ora Giulia arrivò in taxi ai Panieri con le chiavi di casa della mamma. Era stata rintracciata grazie alla segnalazione del giornalista da Tutarella al Tritone (faceva la tintora). Questo era Trastevere solidarietà tra gli abitanti storici e i nuovi abitanti affascinati dall’umanità presente. La serata proseguì fra tante portate e, manco a dirlo, vino bianco a volontà. A un certo punto pensai che dinanzi alla tavolata di Olindo (presenti forse una ventina di Persone) ci fosse il pittore Bartolomeo Pinelli a immortalare la libagione. Il giornalista arrivò alla fine della serata, dopo essere stato in uno dei Pub di Trastevere, e si unì a bere l’ultimo dei cicchetti di bianco di Trastevere. IL CAPOLINEA DI CORNELIA In una delle ultime sortite pomeridiane di settembre, provenendo da Via Veneto, presi l'autobus 8 a Porta Pinciana e decisi di arrivare al capolinea in Circonvallazione Cornelia. Credo che quel capolinea fosse uno dei primi (forse il primo) coinvolgimenti di zia Lina nelle spedizioni verso i luoghi fuori pianta della Lozzi. La gita al capolinea di Cornelia nel 1968 me la ricordo con arrivo nelle ore serali (quindi eravamo in autunno o inverno). Rispetto ad allora al capolinea poco era cambiato nel 1974. C’erano le linee periferiche, prolungamenti del 46 (Piazza Venezia-Piazza Gasparri): il 146 per Casalotti, il 246 per Malagrotta, il 346 per Montespaccato, il 446 per Ponte Milvio (di cui ho già parlato) e 546 per largo Donaggio.
I FIORI IN VIA NAZIONALE Non era frequente che consegnassi fiori negli alberghi attorno Via Nazionale ma capitò che arrivassi all’Hotel Quirinale, fra i più prestigiosi tra quelli accanto Piazza della Repubblica (Già Piazza Esedra). In Via Nazionale passava il bus a due piani Fiat 412 Aerfer sulla linea 64.
LA METRO E IL LUNEUR All’inizio del racconto ho accennato a un’amica che insieme a me approdò al Liceo Marzolla di Brindisi, proveniente dal Rione Paradiso. Ebbene, a fine settembre 1974 arrivò una telefonata da mia madre che preannunciava che la mia compagna di scuola Cosima si trovava a Roma presso la zia, sorella di suo padre. Cosima abitava al Rione Paradiso ma in una piazza (case INCIS) con una stella in più rispetto alle altre piazze. Aveva una zia a Roma abitante in una delle zone più esclusive della città: i monti Parioli. Quando mi affacciavo sul balcone di Viale del Vignola potevo vedere a sinistra in lontananza Monte Mario e a destra più vicino i Monti Parioli. L’appuntamento era stato fissato per le 14 e trenta in Via Ximenes che voleva dire fare un pezzettino di Viale del Vignola, passare il semaforo di Via Flaminia e poi quello di Viale Tiziano e inerpicarsi nella Salita che mi avrebbe condotto alle ville dei Monti Parioli. Entrai nella villa da sogno con giardino esclusivo. Una ragazzina di 15 anni e una signora con uno charme d’altri tempi mi aspettavano all’ingresso. Al lato c’era un giovane che si presentò come il figlio della signora nonché cugino di Cosima. Feci conoscenza con i suoi parenti e scoprii che il cugino si chiamava Marietto. Proposi alla signora un programma degno di un adolescente degli anni’70: viaggio fino al Luneur e ritorno entro le 20.00/20 .30, in tempo per la cena. Il programma fu accettato e noi tre (anche il cugino diciottenne Marietto) ci avviammo verso l’EUR. Si era sparsa la voce che fossi un gran conoscitore della città di Roma e quindi Cosima e Marietto si affidarono alle mie conoscenze. Scendemmo dalle scalette dei Monti Parioli verso Piazza Euclide. Per andare da lì a Luneur la cosa migliore era arrivare a Termini e poi prendere la Metro, oppure il 93. Proposi di prendere il 39 che aveva la fermata appena a destra di Piazza Euclide. Dopo una ventina di minuti eravamo in Piazza dei Cinquecento. Dovevo far vedere a Cosima la mia conoscenza nei confronti della città di Roma quindi ci dirigemmo verso gli scalini della metro dove un tornello attendeva le 50 lire per l’ingresso in banchina. Il convoglio era fermo sulla banchina e quindi mi diressi rapidamente verso il vagone e dietro di me i due cugini. Entrai nel convoglio mentre le porte si chiudevano lasciando Cosima e Marietto in banchina. Feci un cenno del tipo: “aspettatemi che torno “. Scesi alla fermata successiva Via Cavour, salii attraversando Via Cavour a tutta velocità in quanto la stazione non era (e non è) in comunicazione tra una banchina e l’altra (come anche il Circo Massimo). Mi precipitai al tornello con le mie 50 lire mentre stava sopraggiungendo la Metro. Dopo due minuti, ero a Termini con Cosima che sorrideva e Marietto stava zitto. “Un signore mi ha detto che se fossi stato sveglio saresti arrivato con la metro successiva”. Ero stato sveglio.
Scendemmo a Fermi e ci avviammo verso Luneur attraverso Viale dell’Arte. Il Luneur spiccava per la parte delle montagne russe e per la ruota panoramica. Eravamo arrivati alle 16 circa e quindi decidemmo di dirigerci verso la zona dei videogiochi (decisamente in numero maggiore rispetto a quelli di Ostia). Ricordo un videogioco con automobili stile F1, che facilmente potevano essere superate. Costava 50 lire …. uno spreco. Decidemmo di dirigersi al labirinto e dopo aver pagato il biglietto ci addentrammo all’interno dei vetri e degli specchi assolutamente visibili dall’esterno. Io e Cosima uscimmo praticamente subito dal labirinto mentre il diciottenne Marietto sembrava essere visibilmente in difficoltà. Cosima fece segno al cugino quale dovesse essere la strada da intraprendere e dopo 20 minuti Marietto riuscì ad uscire. C’era l’attrazione della Bocca della Verità ma dissi loro che l’originale a Santa Maria in Cosmedin avrebbe attirato maggiormente l’attenzione. Optammo per le notti orientali. Si entrava in un pertugio al buio e attraverso varie peripezie (si fa per dire) si usciva dopo una decina di minuti dalla parte posteriore dopo aver viaggiato su un ascensore virtuale. Marietto decise di rimanere fuori mentre Cosima si era appiccicata al sottoscritto nell’ attraversare le avventurose notti orientali. L’attrazione successiva fu la pista di Go- Kart. E qui ci fu la mia debacle. Mi fu assegnato un kart che andava a un terzo della velocità, tanto è vero che Cosima vinse in maniera facile la gara e io fui superato addirittura da Marietto, che dopo qualche ora aveva finalmente accennato a un sorriso che diceva tutto: “alla fine t’ho castigato”. Eravamo vicini all’ora del rientro e quindi decidemmo (anzi decisi) di prendere il 93 nella vicina Colombo. Arrivammo a Termini dove ci aspettava il 39. All’altezza di Via Piemonte si palesò dietro di noi il minibus 52 che ci avrebbe condotti ai Monti Parioli e a casa della Zia. Ci salutammo con baci e abbracci e Cosima mi disse (ero abbastanza dispiaciuto) che lei si sarebbe trasferita al Classico di Francavilla Fontana in quanto il papà (Carabiniere) era stato trasferito nella caserma di Oria RITORNO A BRINDISI Eravamo arrivati al 30 settembre e cioè al giorno in cui avrei preso il treno per Brindisi. Era un triste lunedì e il giorno dopo avrei ripreso il mio banco di scuola probabilmente con il mio amico del cuore, Dario interista ma grande appassionato di Kawasaki Rocca. Il Rapido per Lecce partiva poco dopo le 13.00 per arrivare dopo circa 8 ore a Brindisi. Il treno arrivava ad Aversa dove cambiava direzione. Poi si attraversava l’Appennino e si arrivava a Foggia. Anche qui si cambiava direzione. Dopo le 21 ero a Brindisi dove mio padre mi aspettava con la 128 verde pisello protagonista di quell’Estate del 1974 fra Ostia e Roma città. Se avessi preso l’autobus dalla stazione centrale di Brindisi al Rione Paradiso avrei potuto avere qualche problema. Se il treno da Roma avesse fatto ritardo (e succedeva spesso) avrei rischiato di non trovare bus e forse neanche taxi. A Brindisi il servizio urbano era gestito da AMAB (divenuta poi STP). Per il Rione Paradiso erano in servizio il 3 che dal capolinea di Corso Roma aveva l’ultima corsa alle 22 come anche il 5 (che poi si sarebbe diretto al Rione Casale). C’era anche il 4, una linea monstre che dalla Commenda passava per il centro poi il Paradiso, il Casale e capolinea alla “Sciaia” ma non ERA consigliabile attenderlo (frequenza 40 minuti). Tra la stazione di Brindisi e il rione Paradiso i tempi di percorrenza la sera erano non più di 15 minuti con auto (tempi assolutamente bassi rispetto a quelli sperimentati a Roma nei nostri spostamenti). In quel lasso di tempo feci come zio Pietro: non parlai e chissà a che cosa pensavo! |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| . | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
TramRoma, ©1999-2023 - Curatori: Dario Giacomini, Mauro Di Pietrantonio |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Ultimo aggiornamento: venerdì 09 ottobre 2026 |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||