| . |
|
|
|
La storia del trasporto pubblico di Roma raccontata con passione e per passione. Sito fondato da Vittorio Formigari, online dal 1999 |
| . |
| . | ||||||||||||||||||||||||||||||
|
Ricordi e nostalgia |
||||||||||||||||||||||||||||||
|
A ROMA UN'ESTATE |
||||||||||||||||||||||||||||||
|
di Giovanni Napolitano |
||||||||||||||||||||||||||||||
|
GIUGNO 1974 |
||||||||||||||||||||||||||||||
|
MAMMA DALLA PROFESSORESSA Quando mamma Rina fu ricevuta dalla mia professoressa di italiano mi sentii un poco a disagio, in quanto ritenevo che tale azione abbassasse il prestigio nei confronti degli altri alunni della quarta C. Tuttavia, la cosa era resa necessaria dalla curiosità di sapere se avessi superato, senza essere rimandato, il primo anno di Liceo Classico presso il prestigioso Marzolla di Brindisi, in Corso Roma all’incrocio con Via Nazario Sauro. Mia madre inventò una geniale scusa per ottenere la mia dispensa dall’ultima settimana di lezioni dell’anno scolastico 1973/74 il periodo intercorrente tra il primo giugno e il 7 giugno ultimo giorno di scuola. Tutta la famiglia doveva partire alla volta di Roma per assistere la cognata Lina (moglie di mio zio Pietro) impegnata in una delicata operazione alla retina che prevedeva una lunga degenza presso una clinica romana. Non era una scusa del tutto inventata ma il frequentare la scuola fino all’ultimo giorno non avrebbe impedito l’assistenza di mia madre all’ operazione di sua cognata. La mia professoressa abboccò e fece capire a mia madre che io ero diventato nel solo secondo quadrimestre un piccolo genio e che quindi, con grande piacere, avrebbe dato il via libera alla mia partenza verso i lidi capitolini. Mi chiamo Giovanni, per i parenti Vanni e per gli amici e i compagni di scuola Giovanni. Quel mese di maggio del 1974 era stato pieno di avvenimenti importanti come il referendum per abrogare il divorzio (che per fortuna non passò) e drammatici come la bomba fascista in Piazza della Loggia a Brescia. Avevo partecipato al corteo di tutte le scuole di Brindisi contro la bomba fascista insieme ai compagni di classe, ormai familiari nonostante un inizio difficile di acclimatamento con il liceo. Avevo abbastanza preso le misure del liceo dove mi trovavo. Il primo giorno di scuola al quarto ginnasio avevo imparato immediatamente una cosa. A Brindisi esistevano tre livelli di scuole medie: quelle alte coincidenti con quelle del centro storico, quelle medie nei rioni di media periferia (Casale, Commenda e Cappuccini) e quelle basse, insomma, la periferia o la provincia brindisina. Io venivo dal terzo livello avendo frequentato le medie nel Rione Paradiso celebre agglomerato di palazzine occupate da famiglie di contrabbandieri. Nonostante il 99 per cento degli abitanti del Rione Paradiso non fosse pregiudicato o (comunque) contrabbandiere, rimaneva nell’immaginario degli altri abitanti brindisini il prezzo delle sigarette dimezzato rispetto a quello ufficiale, le stecche vendute dinanzi la stazione centrale e gli scaffali vuoti dei tabaccai autorizzati della città. Il primo quadrimestre fu un incubo, insieme alla mia amica sempre proveniente dalla stessa scuola, e segnò per sempre il mio giudizio nei confronti della scuola salentina. In un primo tema, di cui non ricordo la traccia (evidentemente banale), mi ritrovai con un quattro frutto della provenienza da una scuola media di borgata. Nel secondo tema del primo quadrimestre ci fu richiesto di parlare di un argomento in cui, ciascuno di noi, fosse preparato. Io mi buttai sulla trasportistica pubblica che, chissà perché, accompagnò la mia vita sin dall’età di sei anni. Feci un confronto fra il sistema di trasporto pubblico di Milano, la città che ammiravo, Roma, la città che adoravo, e Brindisi, la città in cui mi trovavo. Il voto fu sei e mezzo con la nota “conoscenza buona della materia”. Era un tema che, se fosse stato presentato sotto forma di tesi all’ esame monografico di Economia e politica dei trasporti, avrebbe ottenuto un 30 e lode grazie anche ai riferimenti colti di Italo Insolera e dell’urbanista Campos-Venuti. Il tema veniva liquidato con un sei e mezzo e con “buona conoscenza della materia” e allora non si poteva che gridare vendetta: avrei parlato di trasporto pubblico per tutta la vita. Per quanto riguarda il latino mi venne in aiuto mia cugina, grande insegnante di Lettere, abitante al Rione Casale, insieme a Cicerone e al dizionario Campanini-Carboni. La cugina AnnaMaria mi preparò in maniera perfetta in uno scritto di Tacito che avrei dovuto commentare il giorno dopo alla seconda ora. Fu un trionfo. La professoressa non credeva alle proprie orecchie, i compagni di classe, compresi quelli della zona bene di Brindisi, mi guardavano a bocca aperta: feci dei cenni storici su Roma come se avessi assistito a una lezione dello stesso Tacito. Sullo scritto di latino venne in aiuto l’assoluta riverenza della professoressa sul genio di retorica di Arpino. “Nemo nostrum sine culpa est” fu una versione, riproposta all’ esame di maturità del classico qualche anno dopo, che sancì la mia affermazione sulla materia scritta. Un colpo di genio fu quello di coprire il Campanini Carboni (che aveva intere frasi ciceroniane) con una copertina nera del Calonghi Badellino, il più ostico dizionario latino – italiano di tutti i tempi. Fui promosso su tutte le materie, in particolare con il 6 in greco e il 7 in latino. Considerando che al primo quadrimestre avevo 4, immaginatevi quale voto ebbi nella materia nel secondo. La sera del 31 maggio alla stazione di Brindisi mi presentai convinto di stare per fare qualcosa di leggendario, viaggiare per la prima volta alla volta di Roma senza l’assillo di dover rendere conto ad un accompagnatore che mi doveva tener d’occhio: avevo 14 anni , l’età in base alla quale non esistevano condizioni per viaggiare da soli sui mezzi pubblici (in realtà avevo già viaggiato da solo a 14 anni ma non avevo la carta d’identità per cui mio padre aveva chiesto a un suo amico in partenza per Roma di badare a me). L’altra grande conquista era quella di poter entrare a vedere i film VM ai 14 anni (ma questa è un’altra storia). Il treno avrebbe impiegato circa dieci ore per arrivare a Termini e quindi era doveroso prendere una cuccetta, rigorosamente, vicino al tetto, una sistemazione differente rispetto a quando avevo viaggiato con mia madre (una cuccetta per mia madre e un’altra per me e mio fratello che ci coricavamo uno da una parte e uno dall’altra, segno che ciascuno di noi avrebbe respirato i piedi dell’altro), ed evidentemente nella parte inferiore vicino al pavimento. Dunque, non era la prima volta che viaggiavo da solo in treno così come avevo viaggiato da solo in aereo fin da cinque anni prima con un cartellino al petto e un accompagnatore generalmente trovato tra le hostess o gli steward della compagnia di bandiera. Il diretto Lecce Roma arrivava sempre al binario 3, dopo circa 10 minuti la partenza del Lecce Milano, con una calma che non faceva presagire nulla di positivo sulla rapidità del viaggio.
IL VIAGGIO FINO A ROMA TERMINI Dal momento della partenza del treno da Brindisi fino all’arrivo al confine tra Campania e Lazio, non accadeva praticamente nulla se non il passaggio del controllore che apriva lo scompartimento con gran vigoria e inondava di luce i malcapitati passeggeri alcuni dei quali già nelle braccia di Morfeo. Poi era un alternarsi di accelerazioni, frenate, annunci di stazione (Bari, Foggia, Benevento ecc.) fino all’arrivo a Caserta che, ancora con il buio, ci offriva la visione della magnifica Reggia. Era da questo momento che finiva il mio dormiveglia, rimanendo coricato almeno fino all’avvicinarsi della costa tirrenica e fino alle prime luci dell’alba. Più o meno all’altezza di Minturno scendevo dalla cuccetta e mi avviavo rapidamente alla toilette che sicuramente avrei trovato libera con mia grande soddisfazione. Poi mi mettevo nel corridoio a rimirare la splendida pianura pontina immersa nella nebbia, spesso a ricoprire le frequenti valli, Poi si arrivava a Formia, provincia prima di Littoria e poi di Latina, ma proveniente da una tradizione vicinissima alla città di Napoli,, comprese le inflessioni dialettali degli abitanti. Mi venne in mente, quella volta, un episodio che mi aveva raccontato mio padre in occasione di un viaggio in treno fatto anni prima. Metà anni ’50, stazione di Formia, treno proveniente dalla Puglia diretto a Roma, pieno zeppo di militari presumibilmente di leva. Sul marciapiede passava l’uomo del caffè richiamando l’attenzione dei viaggiatori (càffé ,càffé caldo, càffé) , qualcuno fra i militari chiese una bibita e poi si rifugiò nello scompartimento dando l’impressione di non voler pagare (evidentemente un innocente scherzo). A quel punto l’uomo del caffè, protendendo il braccio destro verso il finestrino, esclamò a voce altissima:” Ma vedi un bò guesti meridionaaaaaaaaaaali”. Si alzò un brusio fra i militari, finché qualcuno, evidentemente di provenienza salentina, gridò “E’ parlatu lu svedesi ! Grande risata collettiva con l’uomo del caffè che comunque ottenne i soldi della sua bibita. Dopo Formia c’era lo scorrere della pianura pontina passando da Sezze Romano, Latina fino a Campoleone, dove mi rendevo conto di essere a pochi minuti da Roma Termini. Quella volta, ripensando al tema sui trasporti pubblici, feci maggiormente attenzione ai mezzi che si potevano ammirare dal treno, prima fra tutti la ferrovia a scartamento ridotto Roma Fiuggi, chiamato trenino, nel senso di ibrido fra tram e treno.
Spostandomi sul lato sinistro del treno, anche complice del fatto che rallentava parecchio in quanto vicini a Termini, ammirai Porta Maggiore, dove avevo da sempre visto tanti tram fermi al semaforo con Via Prenestina.
Termini, dove il treno arrivava alle 7.30 circa del mattino, quindi con un frescolino (era il primo giugno) che non impediva di indossare una maglietta a maniche corte che mi avrebbe accompagnato fino al 30 settembre, cioè il giorno prima dell’inizio della scuola. Piazza dei Cinquecento, dinanzi l’imponente stazione, era uno spettacolo: decine di taxi, decine di autobus, purtroppo pochi tram, tutti relegati nella vicina Via Manin. Il primo dubbio che occorreva risolvere era il seguente: prendo il 67 oppure il 39 per andare in Viale del Vignola a casa dei miei zii?
IL FLAMINIO E DINTORNI Il 39 faceva capolinea proprio lì, dinanzi alla stazione, insieme a tante altre linee dirette verso ogni parte della città.
Scelsi, tornando al dubbio atroce della mattina del primo giugno ’74, di prendere il 67 che alla Stazione Termini era solo di passaggio sull’ itinerario Quartiere Italia, Termini, Tridente, P, le Flaminio, Flaminio, Ponte Milvio, Giochi Delfici, Camilluccia, Trionfale con capolinea a Monte Mario. La linea era piuttosto lunga ed era coadiuvata dal 67 barrato che da Piazzale delle Provincie (Quartiere Italia) faceva capolinea alla Farnesina. In entrambe le linee erano impiegate 21 vetture che era un numero che superava il totale dei mezzi del parco autobus urbano (20) della città di Brindisi. Questo faceva in modo che avessi un grande rispetto per questa linea, classificata come celere (o speciale), in esercizio dalle sette di mattina fino alle ventidue circa, e che si era meritata l’appellativo di “linea dei signori” datole da mia zia Lina, in quanto iniziava dopo e finiva prima delle linee ordinarie della rete.
La frequenza all’ora di punta del 67 era molto alta (un bus ogni 4/5 minuti), quindi non aspettai molto prima di salire su un bellissimo Fiat 410 semivuoto, con il posto da me preferito accanto al posto guida libero. Il mio sguardo si divideva equamente fra la visione del cambio delle marce del guidatore e il panorama della città di Roma a cominciare dalla visione su Via Nazionale, in lontananza, del Monumento al Milite Ignoto, poi Via Due Macelli, Piazza di Spagna, Piazza del Popolo, Piazzale Flaminio, nodo nevralgico all’intersezione di altre linee dirette verso Porta Pinciana o verso ovest (Prati). Il bus poi si dirigeva verso nord, Via Azuni, Lungotevere Flaminio all’altezza di Via Fracassini dove era la mia fermata e nei pressi di un parcheggio taxi e, dall’altro lato, della scuola Guido Alessi dove avevo frequentato i primi tre anni delle elementari. Già, io sono nato a Roma e, pur avendo fatto su e giù in continuazione con Brindisi, ho trascorso i primi otto anni della mia vita nella città natia insieme alla mia famiglia composta da mia madre Rina, mio fratello Fabio e mio padre Sisino.
PRIMA DEL 1974 A ma’ vado giù da zia Lina”. “Andare giù da zia Lina” significava passare dal terzo al secondo piano del condominio di Viale del Vignola 39. Al terzo piano c’ erano, insieme a me, mio fratello e mia madre, anche mia zia Irene e mia nonna Maria (madre di mia madre). Al secondo piano abitavano Zio Pietro, fratello di mia madre e di Irene, sua moglie Lina e il loro unico figlio Virgilio. Ma dove stava mio padre? Lavorava a Brindisi presso il locale Istituto Nautico e faceva il viaggio per Roma ogni volta che poteva, normalmente con la sua gloriosa Fiat 500. Noi stavamo a Roma in quanto la mia presenza a Brindisi era pregiudicata dall’allergia al polline (e non solo) e dal fatto che l’appartamento salentino era posizionato dinanzi la campagna. I sintomi dell’allergia erano frequenti crisi di asma, che a Roma si attenuavano in quanto la presenza di platani e dei vicini giardinetti dello Stadio Flaminio rilasciavano quantità irrilevanti di polline. Quando i miei genitori si erano rivolti ai medici luminari pugliesi per un consulto sulle mie crisi, il responso era stato: prove allergometriche, e fatelo stare a Roma, visto che lì si sente meglio. Un pomeriggio, una di quelle volte in cui ero sceso da Zia Lina, lei mi chiese: devo giocare al lotto, mi dai tre numeri? Essendo alla fine della prima elementare sapevo già leggere scrivere e avevo imparato i numeri. Le diedi allora il 39, il 48 e il 67, cioè le tre linee che passavano sotto casa. Fece terno secco e quando seppe che i numeri che le avevo dato erano quelli degli autobus (non ci aveva fatto caso) decise di regalarmi una piantina di Roma della Lozzi con l’indicazione in giallo delle linee autofilotranviarie di Roma. Rimane quello, ancora oggi, il regalo più gradito della mia vita, anche se scoprii immediatamente, con grande rammarico, che quella piantina copriva una piccola parte di Roma e quindi alcune linee presenti nella città erano parzialmente, o addirittura per nulla, indicate. Da quel momento costrinsi mi zia e alcune volte anche zio Pietro ad accompagnarmi in giro per Roma a scoprire i luoghi più lontani e più periferici e presi nota di tutte le strade, capolinea, fermate, quartieri e tutto ciò riguardava il trasporto pubblico di Roma. Queste gite aumentarono quando andai ad abitare a otto anni stabilmente con gli zii in concomitanza con la frequenza della terza elementare. Avevo frequentato la prima e la seconda elementare abitando al terzo piano, poi quando mia nonna era morta e l’appartamento era stato lasciato (zia Irene si era trasferita ai castelli romani e mia madre e mio fratello definitivamente a Brindisi) si era deciso che io rimanessi a Roma e quindi che passassi a vivere al secondo piano con mia zia Lina, zio Pietro e il cugino Virgilio. Purtroppo, tutto ha un termine, soprattutto le cose piacevoli, e io alla fine della terza elementare andai a stare stabilmente a Brindisi anche perché le crisi di asma sembravano essersi attenuate in concomitanza con quello che veniva chiamato “lo sviluppo del ragazzino”.
NONNO VIRGILIO, GIACOMO E I NAZIFASCISTI Ero arrivato a Roma il primo giugno (1974) e quindi il giorno successivo ci sarebbe stata la Festa della Repubblica con relativa sfilata ai Fori Imperiali. Zio Pietro aveva in gestione un chiosco di fiori che era stato al centro della vita della famiglia di mia madre fin dalla fine Prima Guerra Mondiale quando suo padre (mio nonno) aveva avuto in gestione la licenza di vendita ambulante di piante e fiori. Le righe che seguono sono dei racconti che mi aveva fatto mamma con relativa conferma da parte dello zio Pietro. Mio nonno era stato ferito nella grande guerra e questo aveva contribuito all’assegnazione della licenza di vendita. Il suo chiosco era situato dapprima in V. Ludovisi all’angolo con V. Emilia e in seguito era stato spostato all’angolo con Via Veneto (divenuta ufficialmente Via Vittorio Veneto). Mamma mi disse che le idee politiche del padre erano sempre state vicino a quelle socialiste, e quando ci fu l’assassinio di Giacomo Matteotti il suo impegno con i socialisti era cresciuto in maniera considerevole. Molti ancora oggi analizzano il ventennio come un periodo in cui la maggior parte degli italiani si erano schierati con i fascisti e l’antifascismo era appannaggio di pochi intellettuali che non avevano di meglio da fare. Non è così, Mio nonno partecipava a riunioni con altri compagni socialisti che erano artigiani, operai, agricoltori comunque chi poteva definirsi appartenente al popolo. Con il tempo queste riunioni si diradarono a causa della repressione fascista ma in mio nonno l’avversione nei confronti del regime si manifestò anche con atti simbolici. Il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, era vietata, ma il chiosco di fiori rimaneva ermeticamente chiuso. Mio nonno noleggiava un taxi e portava sua moglie Maria e i figli più piccoli in gita (Miro, Rina e Giacomo: si notino i nomi di origine russa e quello in onore di Giacomo Matteotti). Naturalmente i fascisti al servizio della questura conoscevano le sue idee politiche ma neppure il peggiore dei fascisti poteva prendersela con un invalido della Prima guerra Mondiale. Ci si limitava ad una richiesta di spiegazioni rispetto alla chiusura del chiosco di fiori: “Embè porto a fa pija un po’ d’aria ai regazzini “rispondeva nonno Virgilio. Uno dei ragazzini che andava in gita con la famiglia (Giacomo) fu protagonista di un’esilarante scena durante la visita del Fuhrer a Roma nel ’38. Hitler arrivò a Roma alla stazione Ostiense per l’occasione imbandierata anche con elementi posticci per sbalordire il capo del Partito Nazista. Come è noto ci fu una sfilata lungo la neonata Via dell’Impero che da Piazza Venezia andava fino al Colosseo. L’avvenimento attirò decine di migliaia di persone lungo la via che vide sfilare la “potenza” dell’Italia fascista e della Germania nazista. Fra gli spettatori c’erano anche mio zio Giacomo allora tredicenne e suo padre. Nel momento in cui, in pompa magna, passò dinanzi a loro una truppa di soldati tedeschi perfettamente inquadrati si sentì una voce giovanile gridare: “‘A marocchiniiiiii “. Definire “marocchini” ovvero africani i rappresentanti della razza ariana era il massimo dei complimenti che essi potessero ricevere. Il grido purtroppo non sfuggì alle guardie fasciste presenti in gran numero tra la folla. Mio nonno piano piano disse a Giacomo “scappa, scappa via!”. Il ragazzino fuggì via passando accanto alla colonna Traiana e poi su per le stradine del Rione Trevi per Via Quattro Novembre fino ad arrivare dinanzi al Quirinale. Prese a sinistra in discesa a Montecavallo e poi a destra come un fulmine lasciando a sinistra la Fontana di Trevi e a destra per Via del Tritone fino a Piazza Barberini. A sinistra alla Salita della Purificazione fino a fermarsi dinanzi casa sua. Mio nonno fu convocato il giorno dopo nella caserma di zona se la cavò con un rimbrotto e con le solite minacce fasciste “ti teniamo d’occhio “. Mio nonno non vide mai purtroppo la fine del fascismo e (per fortuna) l’inizio della guerra perché morì alla fine del 1939 per i postumi delle ferite rimediate nella Grande Guerra.
IL BANCO DEI FIORI Il chiosco (chiamato anche banco) era posto, come detto, (e continua ad esserlo anche ai nostri giorni) all’ incrocio tra Via Ludovisi e Via Veneto. Era un punto estremamente frequentato dai turisti in cerca di quell’ atmosfera da “Dolce Vita “resa celebre in tutto il mondo da Federico Fellini con il suo film del 1960.
La mattina del due ero indeciso se andare a vedere la sfilata militare oppure se recarmi al chiosco per iniziare a guidare il motorino in dotazione al banco per le consegne. Avevo preso accordi con mio zio che avrei fatto, quando necessario, le consegne dei fiori in regalo. Il motorino avevo imparato a guidarlo già durante le vacanze natalizie di dicembre del 1973 (quello delle domeniche a piedi) visto che ero, come di consueto, a Roma. E grazie a un paio di amici brindisini che avevano un Ciao e un Morini 50, avevo consolidato la mia conoscenza delle due ruote a motore, e di conseguenza il guidare un motorino 50 3 marce manuali (come la Vespa 50) con tanto di cesta per i mazzi di fiori, non era certamente un problema. Optai per dirigermi al banco e quindi da casa mi recai alla fermata di Via Flaminia dinanzi alla Guido Alessi dove passavano diverse linee per P. le Flaminio dove avrei cambiato con la linea 8 (passava dentro Villa Borghese) fino a Porta Pinciana. Da Viale del Vignola esisteva un ‘alternativa per arrivare in Via Ludovisi grazie al 39 che, sia pur con giro largo, passava in Via Quintino Sella a poche centinaia di metri da Via Ludovisi. Non ricordo quale fu la prima consegna che effettuai ma essa, grazie alla mia consolidata conoscenza della città di Roma, mi consentì di effettuare in maniera rapida tantissime consegne in tutta la città con evidente soddisfazione di mio zio Pietro che mi diceva quando tornavo “ammazza già hai fatto?” Come ho detto prima la prima volta che ho guidato il motorino è stato a dicembre del 1973, il mese in cui iniziarono le domeniche a piedi e che proseguirono fino alla primavera del ’74.
L'AUSTERITA' E LE DOMENICHE A PIEDI Arrivai alla stazione Termini il 23 dicembre del 1973 di domenica mattina. Era il primo giorno di vacanza scolastica e la terza domenica con gli italiani a piedi. A Brindisi nelle domeniche precedenti avevo avuto un assaggio di cosa significasse la totale assenza delle automobili dalle strade. Ci si poteva muovere con facilità sulle strade ma era un calvario il salire sui mezzi pubblici delle città nonostante la propaganda governativa facesse passare un ‘ idea differente. A Roma furono impiegati quasi tutti i mezzi pubblici di cui l’Atac disponeva (quasi 3000) senza contare quelli forniti dalla STEFER, che tra l’altro gestiva anche la metropolitana che da Termini andava all’Eur e a Ostia. I problemi maggiori si avevano nelle ore pomeridiane e serali, coincidenti con le passeggiate dei cittadini in centro. Quella mattina del 23 dicembre scelsi di prendere il 39 e una volta partito il mezzo constatai che la mancanza di automobili era una santa mano per i tempi di percorrenza da Termini a Viale del Vignola. In una domenica normale, pur con scarso traffico, il tragitto sarebbe stato ricoperto in 30/35 minuti. Quella volta, con zero traffico, impiegai appena 20 minuti, un tempo che non ho mai più riscontrato le pur decine di volte che ho ripetuto quello stesso itinerario, con la stessa linea. Piazza Pitagora, Piazza Euclide, il Villaggio Olimpico ma soprattutto Viale Tiziano e Via Flaminia, così non si erano mai viste, le ricordavo come due autostrade piene di automobili e ora erano vuote ma spargevano una grande quiete. Mi chiedevo come fosse stato possibile che le città e le strade fossero invase da tante automobili che le rendevano piccole e brutte. Le scene che avevo visto in televisione da Brindisi nelle ultime due settimane, si materializzavano dinanzi ai miei occhi: biciclette, monopattini (allora non elettrici), cavalli al trotto trainanti piccoli carretti, gente che correva, tanta gente che camminava e bambini che guidavano automobili a pedali.
Arrivato a casa, in Viale del Vignola, mi venne in mente che nel pomeriggio, essendo domenica, ci sarebbe stata la partita all’ Olimpico (Roma – Fiorentina). Mi chiedevo come sarebbe stato il deflusso dei tifosi che normalmente con le automobili provocavano intasamenti sul lungotevere e sulla Via Flaminia verso il centro. L’Atac predisponeva un servizio speciale della linea 67 (e non solo) che partivano da P.za Mancini e arrivavano in centro e Stazione Termini. Potevo vedere dal balcone di casa al secondo piano che dava su Viale del Vignola, una fila interminabile di autobus fermi per lunghi minuti da Piazza Melozzo a Via Flaminia uno dietro l’altro in attesa di passare l’incrocio. Quella domenica mi misi alla finestra della mia camera da dove si vedeva benissimo la strada (era la camera che una volta era stata di mio cugino) e attesi l’arrivo del primo 67 dopo la fine della partita. Iniziai a contare il passaggio dei mezzi e ad annotare la loro matricola. I mezzi passavano con una rapidità sorprendente pieni zeppi di tifosi (non troppo festanti perché la Roma aveva solo pareggiato). Ne contai 50 passati in circa 15/20 minuti un tempo assolutamente da primato. Scesi in strada e mi diressi verso Via Flaminia dove c’erano molti tifosi che provenivano dallo Stadio Olimpico e un numero sorprendentemente alto di biciclette. Mi venne in mente la scena di Ladri di biciclette (di cui si è parlato sopra) pedoni, biciclette e autobus al posto dei tram. Insomma, sembrava che il deflusso fosse stato ordinato e non particolarmente faticoso e mi chiesi perché le domeniche a piedi non proseguissero per tutta la settimana con un guadagno di tempo notevole negli spostamenti. Nella successiva domenica a piedi andai in giro per Roma godendo delle piazze più belle del mondo sgombre di auto. Quando tornai a Brindisi pensai che quello fosse stato il miglior Natale passato sino a quel momento a Roma.
I CLIENTI DEL BANCO DI FIORI Le persone che venivano a comperare fiori e piante a Via Veneto erano fra le più disparate. Turisti di tutte le nazionalità e tanti americani magari usciti dall’ ambasciata USA dall’altro lato di Via Veneto. Signori che volevano regalare un mazzo di fiori alla propria amata o alla propria amante. Signore amanti di fiori esotici ma non tanto delle rose (a meno che non venissero loro regalate). Ristoranti, alberghi e altri esercizi commerciali. Tra gli alberghi il banco di fiori forniva composizioni all’Hotel Flora, Savoia, Regina, Ambasciatori tutti in zona. Fra i ristoranti c’era il Cafè de Paris, Il Girarrosto Toscano, Il Pipistrello (che era anche un Night Club). Clienti anche occasionali erano molti volti noti della TV, del cinema, del giornalismo e via discorrendo. Ricordo Walter Chiari, Alberto Sordi, Federico Fellini e Giulietta Masina (mio zio quando li vedeva esibiva un teatrale inchino sussurrando “Buongiorno signora, buongiorno cavaliere”), ricordo Tino Scotti, Carlo Dapporto, Paolo Frajese, lo scrittore Costanzo Costantini. Ira Fustenberg e i suoi amati fiori bianchi. L’elenco completo lo poteva snocciolare mia zia Lina che aveva una conoscenza a trecentosessanta gradi del mondo dello spettacolo anche grazie alla lettura di un numero spropositato di riviste di gossip con grande gioia dell’edicola di fronte. Non era un cliente ma per ben due volte ebbe a che fare con il banco di fiori un personaggio forse il più grande di tutti nel suo campo. Il racconto che segue, relativamente alla prima parte, me lo ha raccontato mia madre testimone dei fatti.
IL CALESSE, LE ROSE E IL CAPPUCCINO Un giorno all’incrocio fra Via Ludovisi e Via Veneto si fermò un piccolo calesse condotto da una elegantissima signora con un delizioso cappellino. il periodo doveva essere quello primaverile, presumibilmente maggio. Il cavallo che trainava il calessino fu attratto, a un certo punto, dall’effluvio che proveniva dalla sua destra e quindi decise che quella era l’ora di colazione. “AHO’ me sta’ a magna’ ‘e rose!“ Era mio zio Miro che si era alzato dal seggiolino mentre era intento a pulire dei garofani rossi. Lo zio continuò a proferire parole non eleganti mentre tentava di togliere l’enorme mazzo di rose dalle fauci dell’equino che mostrava di gradire fortemente il pasto. La signora con il cappellino allora decise di scendere dal calesse e di dirigersi, a brutto muso, verso mio zio: “Lascia sta’ quella povera bestia” disse la signora “A Signo’ ma me se’ magnato ‘e rose”, disse mio zio abbassando la voce evidentemente avendo riconosciuto chi aveva davanti. “E vabbè che sarà mai?” Controbatté la signora “Ma so’ ‘e bacarà, e costano ‘n sacco de sordi !” “Si, ecchessò d’oro?”. Effettivamente le rose “Baccarat” erano tra i fiori più costosi, competitive con le orchidee fra quelli normalmente in vendita nel banco di fiori. Nel frattempo, un capannello di gente si era radunato intorno a quella scena compreso un vigile urbano che evidentemente prendeva (giustamente) sul serio il proprio lavoro anche se mia madre mi disse che sicuramente era stato attirato dalla notorietà della signora con il cappellino oramai riconosciuta dalla consistente folla che si era accalcata vicino il banco. Naturalmente un vigile era necessario in quanto si era formata una lunghissima fila su Via Ludovisi dove le auto facevano fatica ad avanzare Col passare dei minuti i toni si attenuarono e per fortuna le due parti si misero d’accordo con il conto da pagare per le rose.
La signora a quel punto disse: “Cò quello che m’hai fatto paga’ le rose mo’ me poi regalà un mazzo de gladioli”. La signora con il cappellino ebbe il suo mazzo di gladioli e quindi risalì sul calessino salutando con un grande sorriso. “Grazie a lei Signora Magnani” Dissero all’unisono i due fratelli Miro e Pietro. Una quindicina di anni dopo (siamo nell’agosto del 1970) arrivò un’ordinazione di un enorme mazzo di fiori che doveva essere recapitato in Via degli Astalli (nei pressi di Piazza Venezia) destinataria l’attrice Anna Magnani. Era più o meno l’ora di pranzo della vigilia di Ferragosto quando io e mio padre ci muovemmo verso Piazza Venezia sulla nuova fiammante 128 2 porte color verde pisello (aveva sostituito la 500 rubata a Brindisi). Mio padre non si muoveva in macchina per le strade di Roma senza che ci fossi io al suo fianco in quanto conoscevo a menadito i percorsi delle linee di autobus e di conseguenza tutte le strade di Roma. Mio padre di Roma aveva solo pochi punti di riferimento che erano Viale del Vignola, Via Veneto, Termini e San Giovanni. Ogni spostamento di pochi metri dalle strade che collegavano questi luoghi significava, se fosse rimasto solo, che si era perso. Riconosceva questo suo deficit di orientamento e spesso si vantava con i propri amici che una volta, persosi, suo figlio di tre anni aveva riconosciuto un lato della Stazione Termini grazie ai suoi archi: “Papà, Papà, Tazzione!. Anche quel 14 agosto diressi mio padre per le strade semideserte di Roma da Via Veneto, la salita di Via Quattro Fontane, Quirinale, Via 4 Novembre, Piazza Venezia fino a Via degli Astalli (allora non si sapeva cosa fosse la ZTL). Il portone del palazzo era immenso e più dentro c’era il botteghino del portiere, tipico dei palazzi baronali del centro di Roma. Quando si arrivava in posti del genere il portiere prendeva i fiori e poi firmava il Block notes dell’avvenuta consegna. Avrebbe poi portato all’illustre destinatario il mazzo di fiori e avrebbe accumulato il bonus per la mega mancia di fine anno. Quella volta ci doveva essere il sostituto del portiere titolare perché anziché prendere il mazzo di fiori prese la cornetta del citofono e compose un numero. “Signo’ c’è un regazzino cò un mazzo de fiori”. “No nun è un pretendente dev’esse er fattorino”. “Vabbè lo faccio salì” Il portiere acconsentì che prendessi l’ascensore e quindi arrivai all’ultimo piano di quel fantastico palazzo. La Signora Magnani aprì il portone di casa sua appena dopo che avevo chiuso la porta dell’ascensore e si presentò con una vestaglia sontuosa che avrebbe fatto impallidire un qualsiasi abito da primadonna. Mi squadrò e guardò il mazzo di fiori enorme che portavo dirigendo gli occhi verso il rettangolino di cortesia che veniva attaccato ad ogni signorile mazzo di fiori: “Miro e Pietro fiori e piante Via Ludovisi Angolo Via Veneto “. “Ma che sei er fijio de Miro?”. “No, sono il nipote”. Risposi in italiano un po’ intimorito. “Allora sei er fijio de Pietro” “Neanche, so sempre er nipote, so er fijio de Rina, la sorella”, risposi in romanesco ormai in confidenza con la Magnani “Ma vie’ dentro. lo vuoi un cappuccino?”. La mia deontologia professionale di fattorino di fiori e la mia timidezza mi impediva di accettare quell’offerta dalla più grande attrice di tutti i tempi. Passarono alcuni minuti in cui la Magnani arrivò con un cabaret di cornetti e me lo mise sotto il naso. “Ennamo, emmagna, che anche sei già grosso è tutta salute”. A undici anni ero già abbastanza alto. A un certo punto arrivò una citofonata dal portiere sottostante. “Sta quà, mo lo manno giù”. Tu padre è preoccupato, chissà che sta’ a pensa’”. Prese un portafoglio ed estrasse un biglietto da mille lire (siamo nel 1970), una cifra che io non avevo pensato che mi potesse essere offerta. “Tiè dalli a tu’ padre, me raccomanno” disse quello che era ormai diventato il mio mito. “Vabbè glieli faccio vedè” dissi uscendo dall’appartamento mentre la Magnani sorrideva. Mi precipitai a trecento all’ora al pianterreno convinto di poter raccontare un episodio che avrei ricordato per tutta la vita.
FIORI, TURISTI E ALBERGHI C’erano un paio di agenzie di viaggio che si fornivano presso il banco di fiori per omaggiare i propri clienti che venivano indirizzati verso i grandi alberghi attorno a Via Veneto e anche verso residenze più distanti. La composizione del singolo mazzo di fiori, pur dignitosa, non è che fosse così generosa: il contratto con queste agenzie non andava oltre un misto di gladioli e fiori di campo oramai arrivati a fine vita ma che, grazie anche alla colorazione, facevano la loro bellissima figura. Il grosso delle consegne avveniva negli alberghi raggiungibili a piedi (Regina, Savoia, Ambasciatori, Eden, Boston, Flora, Excelsior) ma non mancavano spedizioni verso alberghi più lontani come quelli vicino Piazza di Spagna (Hassler, il mio preferito), o addirittura verso l’Hilton (il più grande di Roma). La più curiosa consegna in quel mese di giugno mi capitò, tuttavia, presso un hotel ubicato in Via Giolitti di cui non dirò il nome (per evidenti ragioni che capirete). La segretaria dell’agenzia di viaggio venne a portarci come di consueto il blocchetto delle bustine con biglietto per i loro clienti. Spiccava una busta sulle altre, color rosa, e qui la segretaria ci disse che doveva essere composto un mazzo di fiori speciale con rose e strelitzie che sarebbe stato pagato a parte. L’indirizzo era per l’appunto in una zona della città dove spiccavano alberghi a ore o simili. Il portiere dell’albergo in questione non era abituato a ricevere mazzi di fiori per i propri clienti tanto è vero che citofonò alla destinataria del presente, evidentemente in camera in quel momento. Avvenne ciò che non era mai avvenuto prima, né avvenne in seguito: avevo ottenuto una mancia dopo aver portato un mazzo di fiori presso un albergo di dubbia frequentazione. Mi venne in mente un verso di Fabrizio De Andrè (avevo cominciato ad ascoltarlo): “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior “.
ROMA NORD, MANCE E ROMA SUD Roma nord e Roma sud, un dualismo che si evidenzia ai giorni nostri ma che nel giugno ’74 non si sapeva cosa fosse. Per me Roma nord significava portare i fiori presso quartieri come il Fleming, Vigna Clara, Balduina, Pinciano, Salario (zona Vescovio), Monte Mario, fino ad arrivare a ville sparse nelle zone vicino la Cassia e la Flaminia. Roma sud era normalmente l’Appio, il Tuscolano e (a volte) l’Appia Antica. Ogni qualvolta portassi un mazzo di fiori a Roma nord mettevo in conto il fatto che non avrei ricevuto una lira di mancia in quanto i portieri nei condomini (pur essendo in diminuzione) cancellavano ogni velleità di ricezione della stessa. Anche quando si riusciva a raggiungere il piano in cui si trovava il destinatario del bouchet, si assisteva a un teatrino che finiva con la frase “scusa non ho spiccioli”. Il rapporto tra spedizioni a Roma Nord e Roma Sud era di 10 a 1. Significa che per ogni 10 mazzi di fiori che avessi portato alla Balduina, a Fleming, o Tor di Quinto ne avrei portato 1 all’Appio Latino. Ebbene il bilancio dell’ammontare delle mance era esattamente all’opposto: ogni 1000 lire che avessi ricevuto da Roma sud corrispondeva a 100 lire da Roma nord. Nel mio immaginario esisteva la differenza tra Roma Nord e Roma Sud ed era fondato su un’unica cosa: l’ammontare della mancia! Effettuavo le consegne normalmente nelle ore della mattina mentre nel pomeriggio ero libero di andarmene in giro, quasi sempre da solo, per Roma. Ma esistevano delle ricorrenze che avrebbero impegnato tutta la mia giornata per le consegne. La prima, importantissima, in giugno era San Luigi che si festeggiava il 21. Chi si chiamasse Luigia o Luigina o Gigina o anche Luigi poteva essere destinatario di un omaggio floreale già due o tre giorni prima della ricorrenza stessa. Io ero pronto con il mio motorino per le consegne che potevano essere fino a quattro per viaggio. Quell’ anno, tra il 19 e il 21 giugno, feci una ventina di viaggi per un totale di oltre 60 consegne. Toccai molte zone di Roma fino a spingermi oltre il GRA fino al neonato quartiere di Spinaceto (ebbene ci sono arrivato io in motorino molto prima di Nanni Moretti nel suo splendido film “Caro Diario”). Sono tante le curiosità degne di nota che debbono essere raccontate. Anche quella volta Vigna Clara e in particolare la Collina Fleming si affermò al primo posto delle consegne con un bilancio di mance uguale a zero. Molti condomini avevano il famigerato portiere ma anche lì dove non ci fosse potevano avvenire strane cose che avrebbero fatto crescere in me un’antipatia duratura nei confronti del quartiere. Una signora non voleva aprirmi perché aveva paura: “Signora la prego non ho cattive intenzioni, devo consegnarle dei fiori, e deve firmare la ricevuta “. “Lasciali accanto al portone”. “Signora mi metto davanti lo spioncino, vedrà che sono un ragazzo di 14 anni”. “Non vedo bene”. In quel momento l’ascensore del piano si aprì e ne scese una signora con delle buste che evidentemente abitava nell’ appartamento attiguo”. “Mi può aiutare per favore? Devo consegnare questi fiori e far firmare ma la signora non vuole aprirmi” Supplicai “A’ Lilia’ e apri, è un regazzino e me sembra disarmato” Urlò la signora con le buste “No”. “Dai lasciale a me, te firmo io, ma la mancia non te la posso dare perché quella è tirchia”. Ringraziai, salutai e fuggii da quella strada rischiando di essere scalzato dal motorino, visto i rami affioranti dei pini presenti. Un’ altra consegna avvenne ai Colli della Farnesina (linea 48 da Piazzale Flaminio) in un condominio con tante palazzine. Nel biglietto c’era il numero civico ma non l’indicazione della palazzina ed erano almeno sei. Era l’ora di pranzo e il portiere di guardia all’ingresso non c’era. “Citofonare qui in caso di assenza del portiere” era scritto vicino la guardiola. Naturalmente nessuno rispose (forse era questo il motivo per cui i portieri venivano con il tempo sempre più sostituiti dai citofoni). In quel momento una BMW fece alzare la sbarra che era all’ingresso del giardino condominiale. Mi precipitai verso quel signore che usciva con la sua auto. “Mi scusi ma sto cercando questa signora (e le dissi il nome) perché devo consegnare questo bouquet“. “Ma è mia moglie! Ma chi li manda? “ Gli feci notare che c’era un biglietto. “Dalli a me, che ce penzo io “. Che non si pensi subito cose malevole: chi mandava quei fiori poteva essere un amico, un collega di lavoro, o anche un’amica ……. SI vabbè.
C’era una consegna in Via della Mendola, nelle vicinanze di Viale Cortina d’Ampezzo (linea 446 da Ponte Milvio a Cornelia). Trovai subito il numero civico e vidi che sotto il portone della mia destinazione c’era un carro funebre in attesa. Ci mancava pure questa, una destinataria di un mazzo di fiori che era arrivata a miglior vita. Per fortuna non era così perché la destinataria del mio mazzo di fiori abitava al piano sottostante. La consegna fu abbastanza semplice ma la mancia non arrivò perché questo poteva rappresentare un’offesa nei confronti del defunto. Pensai che gli abitanti di Roma Nord avessero una fantasia eccezionale per non elargire mance.
GITA A ISOLA FARNESE Il banco di fiori era sempre aperto tranne la domenica pomeriggio, e quando mio zio non era impegnato con la sua seconda attività (di cui si parlerà), non disdegnava di accompagnarmi nelle mie passeggiate. Nonostante fossimo alla vigilia di San Giovanni (24 giugno) e San Pietro e Paolo (29 giugno), Zio Pietro ed io andammo in gita sulla Via Cassia fin oltre il Grande Raccordo Anulare. Le frequenze delle linee bus anche nei festivi non erano di molto differenti da quelle dei giorni feriali e questo faceva sì che anche le linee periferiche (la linea 201 che andava fino a ridosso di Veio era una linea periferica) avessero una frequenza accettabile. Prendemmo il 67 che ci avrebbe portato al capolinea di Ponte Milvio e li scendemmo giù pronti per prendere la linea 201.
Era questo un dilemma che non avrebbe appassionato mio zio per cui mi limitai ad ascoltare i suoi racconti sulla bicicletta, essendo lui un grande appassionato delle due ruote e avendo disputato corse in gioventù da dilettante, ai tempi di Alfredo Binda e Alfio Bottecchia. Il 201 affrontava la salita della Cassia per arrivare in Piazza dei Giuochi Delfici. Il successivo passaggio importante, dopo l’incrocio con la Via Cassia Nuova, era l’arrivo a Tomba di Nerone, un quartiere dove il discusso Imperatore romano non sembra essere mai andato né da vivo né da morto. Nerone Morì suicida qualche miglio più a est (nei pressi di Via Salaria) e le sue ceneri arrivarono al Pincio (vicino l’attuale Piazza del Popolo) per poi avere subito da parte dei Cristiani quello che era conosciuto come la “Damnatio memoriae”. Forse neanche Nerone meritava tutto questo. Si arrivava alla Giustiniana, dopo il Raccordo, alla confluenza con la Via Trionfale (e con la linea 147). Siamo in piena periferia e stiamo per arrivare a La Storta una frazione di Roma probabilmente antica quanto Roma nei pressi dell’antica città di Veio. Dalla Via Cassia il 201 girava verso Isola Farnese, propaggine estrema del comune di Roma. Era un piccolo borgo attorno a un castello appartenente ai Farnese. Mio zio mi parlava delle difficoltà di tipo ciclistico da affrontare per arrivare in borghi come quello mentre io mi godevo la pace del Borgo disturbata solo dal verso delle galline. Riprendemmo lo stesso 201 per il ritorno mentre mio zio, chissà perché, rimase muto per tutto il viaggio.
SAN GIOVANNI, PIETRO E PAOLO L’ultima decade di giugno del’ 74 fu particolarmente ricca di consegne grazie alle ricorrenze del 24 e del 29, molto sentite a Roma. Girai come una trottola in maniera ininterrotta per tutta Roma sia in motorino che a piedi. Tra le altre cose ebbi la possibilità di entrare nell’ambasciata Usa di fronte il banco di fiori che, pur avendo un sistema di difesa importante, non era così blindata come lo sarebbe stato negli anni successivi. Arrivai a consegnare dei fiori a quella che era la Lady dell’ambasciatore, praticamente nel suo ufficio (cosa impossibile ai giorni nostri) dopo aver percorso corridoi immensi del bellissimo Palazzo Margherita. Consegnai molti mazzi di fiori in case del centro storico di Roma che avevano delle particolarità che ancora oggi mi lasciano stupefatto. In un palazzo presso Ponte Sant’Angelo citofonai alla signora che doveva ricevere una magnifica composizione di orchidee. La signora mi indirizzò all’ascensore dicendo di premere il bottone dell’ultimo piano. Quando la porta dell’ascensore si aprì, anziché essere nel pianerottolo di un condominio, mi ritrovai praticamente all’interno della casa. Insomma, quando la signora doveva uscire l’ascensore arrivava dinanzi il portone di casa sua. Ancora dentro l’ascensore, mentre la signora portava il mazzo di fiori in un’altra sala, intravidi una enorme finestra con sullo sfondo la Basilica di San Pietro, doveva essere un attico che doveva avere una vista maestosa. La signora tornò e mi diede una mancia sontuosa (il centro storico in quanto a mance si poneva al centro tra Roma Nord e Roma Sud) quindi mi salutò e chiuse la porta di casa. Solo a quel punto mi chiesi cosa sarebbe successo in caso di incendio della casa, la signora sarebbe rimasta in trappola? Mi chiesi anche cosa sarebbe successo se qualcuno avesse chiamato l’ascensore mentre ero in attesa di ricevere la mancia. Le domande sarebbero rimaste senza risposta. Ebbi modo di vedere altri appartamenti come quello di Ponte S. Angelo, a Via Margutta a Via della Croce e comunque tutte case nel centro storico. Sempre nel centro storico ci sono due vie che si chiamano Via dell’Oca e Via della Penna e sono contigue (si trovano vicino Piazza del Popolo). È difficile pensare che qualcuno all’ufficio toponomastica avesse pensato che un fioraio di Via Veneto (mio zio Pietro) le avesse fuse e le avesse chiamate “Via della Penna dell’Oca”. Come posso dar torto a mio zio e come non posso usare parole di rimprovero nei confronti dell’ufficio preposto al nome delle vie. Ma come si fa a non sorridere di fronte a questi nomi dedicate a vie importanti nel centro di Roma. Fatto sta che io non capii nulla di fronte ad un biglietto che indicava via dell’Oca: Dove dovevo andare in via dell’Oca, in Via della Penna o in Via della Penna dell’Oca? Tanto più che la destinataria era nientepopodimeno che Lina Wertmuller. Il dilemma fu risolto dai commercianti di zona che mi indirizzarono verso la residenza della grande regista. Pensai che per risolvere i piccoli problemi bastassero piccoli interventi come chiamare un’unica strada Via della Penna dell’Oca senza distinguerle.
MONDIALI, PASSEGGIATE E GARBATELLA Nel 1974 si giocò il mondiale di calcio In Germania. Le partite si giocarono nell’arco di un mese tra la metà di giugno e la metà di luglio. La Rai trasmise tutte le partite previste in calendario e ciò naturalmente rischiava di alterare il calendario delle mie passeggiate. Le partite si svolgevano nelle ore pomeridiane e serali e quindi decisi di scegliere di vedere, calendario alla mano, solo partite della Nazionale e di quelle squadre che attiravano la mia curiosità come lo Zaire o Haiti. La nazionale italiana giocò solo tre partite, eliminata dalla Polonia di Lato (Leto secondo i telecronisti Rai). La Nazionale si basava sulla formazione che 4 anni prima aveva vinto 4 a 3 contro la Germania e si era arresa solo al Brasile del grande Pelè in finale. Le mie passeggiate continuarono anche durante lo svolgimento delle partite in TV. Non riscontrai l’azzeramento del traffico che si aveva quando giocava la nazionale italiana. Era comunque piacevole viaggiare in bus con le strade sgombre da traffico automobilistico. Ricordo una passeggiata alla Garbatella effettuata durante una partita dei quarti.
Quella volta (eravamo a vicini a luglio) mi avventurai nel rione tra i più caratteristici di Roma. Villini, case con giardinetto mi ricordavano un rione considerato benestante di Brindisi: il Rione Casale. Giardini, scale e scalette mi facevano stare in pace con me stesso. Difficilmente avevo trovato un quartiere così rassicurante. Allora tenevo sempre aggiornata una classifica virtuale dove avrei preferito vivere: al primo posto c’era il Flaminio ma la Garbatella era salita di parecchie posizioni. Dovevano essere le due del pomeriggio quando arrivai a piedi in una piazza della Garbatella chiamata Largo Macinghi Strozzi. In quel momento con il mio sguardo a 360 gradi mi resi conto che ero solo (almeno all’aperto), nel raggio di centinaia di metri. Non un pedone, non un ‘automobile, nulla di nulla. Credo di aver vissuto con quarantasei anni di anticipo quello che tutti avrebbero provato nella pandemia del 2020.
|
||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||||||||||||||
| . | ||||||||||||||||||||||||||||||
|
TramRoma, ©1999-2023 - Curatori: Dario Giacomini, Mauro Di Pietrantonio |
||||||||||||||||||||||||||||||
|
Ultimo aggiornamento: venerdì 09 ottobre 2026 |
||||||||||||||||||||||||||||||